Valuta questo articolo
(1 K2_VOTE)

 

Spero vogliate apprezzare che mi sia battuto per Platini e Van Basten, i “nemici” di una vita, che abbia magnificato il Milan di Sacchi pur essendo un tifoso napoletano dichiarato e malato conclamato, a cui brucia ancora sulla pelle il sorpasso di quel “maledetto” (per noi napoletani) 1 maggio 1988, teatro - plaudente ai vincitori - lo stadio San Paolo di Fuorigrotta.

Spero almeno mi si riconosca di essere una persona che cerca di essere obiettiva (perlomeno si sforza) ed intellettualmente onesta. Penso sempre che il giornalismo migliore sia quello pacato e tendente a perseguire lo stile british, lontano mille miglia dalla ricerca dello scoop a tutti i costi e dalla necessità di fare TV-Trash, secondo l’assioma che più si urla, più si litiga, più si alza lo share.

Continuo a credere che lo spirito di servizio debba prevalere affinché si cerchi di far capire le cose alle persone a cui parli, dando più voci al dibattito consentendo l’espressione di idee diverse dalle proprie, pur difendendole, senza scadere nell’autoreferenzialità. Insomma, credo che si debba tentare di giudicare frigido pacatoque animo.

D’altro canto odio i falsi maestri dell’obiettività a tutti i costi che dicono di non schierarsi: siamo tutti schierati, in politica come nello sport, perlomeno lo siamo con le nostre idee se ci riteniamo cani sciolti o liberi pensatori. E’ subdolo far passare per oggettivo ciò che oggettivo non è: meglio allora la maniera dei giornalisti sportivi sudamericani di dichiarare il proprio tifo, la propria appartenenza. Io lo faccio senza remore, mi dichiaro, mi schiero, ho il coraggio di dire come la penso soprattutto ribadendo che è il mio pensiero.

Insomma ho l’ambizione di metterci la passione della mia natura latina condita in salsa british. Vis latina e stile britannico, si può? Io ci provo.

Metterci passione, schierarsi non porta necessariamente ad ottundere il senso critico ed a far venir meno ai principi di deontologia professionale se si è intellettualmente onesti: per quel che mi riguarda non mi piegherò mai a ragioni di parte, neanche se sono della mia parte, tanto che – ad esempio – non ho paura a dirlo che sono ancora nauseato per lo scudetto del Napoli del ’90, quello passato alla storia per la “monetina” di Alemao. Le magagne di Bergamo, le malefatte di Moggi e Ferlaino per pilotare gli arbitraggi non mi vanno giù. Se non mi credete o pensate che esageri, rileggetevi pure le dichiarazioni-choc di Ferlaino rilasciate a Toni Iavarone del Mattino di Napoli qualche anno dopo[100]. Nella mia vita ho aspettato tanto per gioire per uno scudetto, non mi va di sapere che ho gioito per uno scudetto “taroccato”.

Se al momento molto esultai godendomi il contro-sorpasso al Milan di Sacchi, se la vendetta è un piatto che si gusta freddo ed ha un sapore dolce tutto particolare che all’epoca mi son goduto in pieno, oggi, che di freddo ho la mente, di quel sapore mi è rimasto l’amaro, perché ritengo quello scudetto uno dei grandi furti della storia avvenuti nel campionato italiano, alla stessa stregua dei tanti soprusi juventini e milanesi assortiti vari che anche noi napoletani abbiamo denunciato e subito.

Nessun napoletano dimenticherà mai quell’anno: correva il 1971, primo giorno di primavera ed a San Siro salì il Napoli distanziato di soli due punti dai nerazzurri. L’Inter di Invernizzi quel giorno “rubò” lo scudetto al Napoli, complice l’arbitro Gonella. Sull’1-0 per i napoletani (gol di Altafini) e con l’uomo in più alla fine del primo tempo per espulsione di Burgnich (una delle rarissime espulsioni del friulano), mi racconta il mio amico Gianni Improta - fine trequartista che per le sue doti di eleganza fu soprannominato da Ghirelli il Baronetto di Posillipo e che quel giorno era in campo – che nell’intervallo il furibondo capitano nerazzurro Sandro Mazzola ed alcuni dirigenti dell’Inter si precipitarono nello spogliatoio dell’arbitro a protestare vibratamente. Risultato: secondo tempo a senso unico, rigore inventato e trasformato per di più in maniera irregolare da Boninsegna, fermatosi completamente prima del tiro a rincorsa iniziata.

Saltando a piè pari quarant’anni di storia, a memoria mia l’ultimo scudetto “rubato” (intendendosi non meritato, macchiato da aiuti arbitrali) è il secondo scudetto nerazzurro di Mancini ai danni della Roma di Spalletti, e non solo per le malefatte arbitrali dello scontro diretto di San Siro. La Roma in passato era stata già “derubata” dalla Juve ai tempi di Liedholm nel 1981: gol del libero romanista Turone nello scontro diretto a tre giornate dalla fine che avrebbe sancito il sorpasso romanista annullato per fuorigioco inesistente, arbitro Bergamo, premiato poi dai vertici arbitrali e promosso a designatore (sì, proprio lui, l’amico di Moggi coinvolto in Calciopoli). La Roma però a sua volta ha vinto il suo terzo scudetto nell’era-Sensi (Capello allenatore) ai danni proprio della Juventus nel 2001 grazie al gol del pareggio a Torino siglato da Nakata che non avrebbe potuto giocare. Sennonché la Federazione cambiò le regole sul terzo straniero dando il via libera a portarlo in panchina proprio nella settimana che precedette Juventus-Roma per consentire alla Roma di avere il giapponese in panchina (ironia della sorte, proprio lui entrò e segnò il gol decisivo che valse uno scudetto). Si possono cambiare le regole in corso da parte di una Federazione seria, che si rispetti? Ovviamente no. E quindi lo scudetto romanista è macchiato, indelebilmente.

Cambia il colore del tifo ma le lamentele sono le stesse. Tuttora i tifosi della “viola” ancora ricordano quel testa a testa dell’82 quando all’ultima giornata i gigliati furono fermati a Cagliari da un gol annullato discutibilmente, ed i bianconeri passarono a Catanzaro con un rigore segnato da Liam Brady al passo d’addio che valse lo scudetto. Polemiche infinite in riva all’Arno.

Gli interisti a loro volta si lamentano dello scudetto “rubato” a Torino complice l’arbitro Ceccarini che un marchiano fallo di Mark Juliano sul Fenomeno Ronaldo in area juventina lo scambiò per sfondamento manco fosse un’azione di basket (andò in bestia perfino il mite Simoni). Correva l’anno 1998. Moggi imperante. I sospetti sono legittimi. Come quello sull’arbitro De Sanctis, uno di quelli maggiormente coinvolti in Calciopoli e più vicini a Moggi, che alla penultima giornata del campionato 1999-2000 annullò all’allora parmense Fabio Cannavaro un gol alla Juventus ad un minuto dalla fine sugli sviluppi di un calcio d’angolo davvero inspiegabilmente. Campionato d'infinite polemiche, se è vero come è vero che il nemico giurato del Lucianone, Kojak Collina, aspettò a Perugia oltre 45’ prima di far cominciare la partita dell’ultima giornata dove la Juve sul campo del Curi ridotto ad una risaia perse partita e scudetto, consentendo alla Lazio di Cragnotti di festeggiare.

Non voglio arrivare a dire come fa Paolo Ziliani che alla Rubentus (come la chiama) vadano tolti sette scudetti e non due come è accaduto, cioè tutti quelli dell’era Moggi perché palesemente irregolari. Ma certo le intercettazioni riguardano solo un periodo circoscritto di due anni. Quello che è accaduto prima non si sa, anche se è prevedibile che certi comportamenti siano stati posti in essere da prima, forse da sempre. Va detto pure, però, ad onor del vero, che la Juventus di quegli anni era anche la squadra più forte d’Italia, e quindi qualche titolo sul campo meritatamente l’avrà pur vinto.

Certo mi fa velo l’odio, anzi potremmo parlare di odio primigenio nei confronti della Juventus, in particolare per quelle di Bettega e di Platini[101]. Ma forse più della Juventus stessa, anzi senza forse, è stato proprio il Milan di Van Basten, Baresi (il più “odiato” di tutti) e Gullit in campo, e fuori dal campo di Galliani, Ramaccioni e soprattutto Berlusconi, il “nemico” numero uno dei tifosi partenopei (non siate buonisti, non chiedetemi di dire “avversario”) e mio in particolare, quello che ci prese Nando De Napoli giusto per indebolirci e mandarlo in tribuna. Figuratevi se non mi costa dire che il Milan di quel 1 maggio ’88 è la squadra più bella del mondo che abbia visto giocare (ero tra quelli che applaudirono con le lacrime agli occhi)!

Ho parlato di odio. Che brutto vi sembrerà questo termine. In genere, rappresenta un dis-valore, da mettere al bando, da combattere. Eppure l’odio sportivo esiste, ed è sano. Vi dirò di più. E’ quel sentimento che bisognerebbe insegnare dalle elementari ai bambini, da coltivare in quanto sentimento forte, e quindi positivo come tutti i sentimenti veri. Vi stupite? Vi scandalizzate? Vi sdegnate? Non fatelo. Perché l’odio sportivo è essenzialmente rispetto: sissignori, proprio così. E’ il timore, il metus di un avversario che si vuol battere con tutte le forze, e per batterlo bisogna profondamente odiarlo, con tutto se stesso, proprio perché si ha rispetto della sua grandezza. Poi vince lui, qua la mano: “ci vedremo la prossima volta, ti odierò di più per batterti”. Ma non lo capite che è amore? Amore di competere con chi ti aiuta a superare i tuoi limiti, a migliorarti. L’odio sportivo ti tempra, ti forgia, ti rende migliore nell’agone della vita, ma al tempo stesso t'insegna il rispetto dell’avversario. E’ quella luce negli occhi, quel lampo di cattiveria alla Gattuso, ma mai un fallo vigliacco, proditorio. “Passami per dosso, se ci riesci, maledetto campione che sei, io non mollo, fino alla fine. Però che campione che sei… Ci prenderemo una birra. Vino? Come vuoi”. Nel rugby, dove se ne danno di botte, fanno così: lo chiamano terzo tempo.

Allora odiamoci così, senza rancore, e dammi ‘sta maglia, che lo devo raccontare ai miei nipotini chi sei e come ti ho odiato, caro nemico mio”. Ricordate Benvenuti e Griffith come se le diedero di santa ragione sul ring? Ebbene, sono rimasti poi amici per la pelle, per la vita. Che pazzi, dite? Mica vero. O i pazzi sono quelli che in nome della fede e dell’amore, qualunque amore, qualunque fede, vera o presunta, falsa che sia (come quella calcistica), inforcano, impiccano, assaltano, assalgono, rompono, uccidono, prevaricano? Mi tengo il mio odio, che significa rispetto. Quel tipo di amore, quella fede fasulla la lascerò agli altri. Io combatterò “per” il mio nemico, non “contro”. Perché aveva ragione Voltaire: “non sono d’accordo in nulla con quel che dici, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa dirlo”.

Odio come fede nella ragione, odio come rispetto. Dici che sono un fissato con questa storia che lo sport è rispetto, rispetta lo sport? Sì, è il mio slogan, ed allora? Lo difenderò, come il mio odio. Ed intanto andate su Internet: è il nome del mio sito.

 

Note:

.......[100] Ferlaino, parlando del secondo scudetto, dichiara: “Sì, soprattutto il secondo fu, diciamo così, il più movimentato. Quello scudetto me lo ricordo bene per vincerlo dovetti impegnarmi molto». Cosa significa? Ecco le sue dichiarazioni-choc: “Nella conquista del secondo scudetto fu importante la partita Verona-Milan. Allacciai buoni rapporti con il designatore Gussoni. Il Milan aveva un arbitro molto amico: Lanese, detto 'milanese'. A noi, invece, era molto vicino Rosario Lo Bello e lo era perché meridionalista convinto. In quella domenica 22 aprile il Milan giocava a Verona e Gussoni designò Lo Bello per quella partita; successe di tutto, espulsioni, milanisti arrabbiati che scaraventarono le magliette a terra: persero 2-1. Noi vincemmo serenamente a Bologna per 4-2 e mettemmo in tasca tre quarti di scudetto". Circa l’episodio della monetina di Alemao, l’ex Presidente racconta senza pudore: "Fu colpito, forse ingigantimmo l'episodio, ma la partita era comunque già vinta a tavolino. Facemmo un po' di scena. L'idea fu di Carmando. Alemao all'iniziò non capì, lo portammo di corsa in ospedale, gli feci visita e quando uscii dichiarai addolorato ai giornalisti: "Non mi ha riconosciuto". Subito dopo scoppiai a ridere da solo, perché Alemao era bello e vigile nel suo lettino. Ma non é finita qui: il giocatore dopo un po' ha abbracciato un'altra religione, mi sembra quella evangelista, secondo la quale la bugia é il peccato più grande. E Alemao oggi vive con quel tormento dentro". Estratto dall’intervista rilasciata da Corrado Ferlaino a Toni Iavarone de Il Mattino, 11 settembre 2003.

.......[101] I simboli juventini Bettega e Platini, con Furino e Tardelli, sono forse i giocatori-simbolo che più degli altri – eppure sono tanti i campioni che hanno indossato nel quindicennio d’oro ’70-’85 la maglia bianconera - ne hanno incarnato maggiormente lo spirito piemontese-sabaudo.