Racconti di Umberto Chiariello

 

Pubblichiamo il primo di una serie di racconti brevi di Umberto Chiariello che saranno di prossima pubblicazione.

 

E' consentito solo l'uso privato e domestico.

Non è consentito fare copie o duplicare lo scritto né utilizzarlo a fini diversi dall’uso privato e personale né tantomeno a fini commerciali o di lucro.

Mercoledì 02 Novembre 2011 12:40

CI VEDIAMO A MERGELLINA

Scritto da Umberto Chiariello
Valuta questo articolo
(2 K2_VOTES)

 

Immagine tratta da Internet di pubblico dominio

riguardante il Gigante Buono amico di Jo Condor

in una pubblicità Ferrero (Carosello RAI anni ’70)

 

Dedicato a mio padre

 

1. "Che tutto cambi affinché nulla cambi".

 

Giorgio non riusciva a prendere sonno mentre il treno procedeva veloce nella notte caracollando sui binari e snodandosi come un serpente sibilante. Dormire sul treno era ormai per lui un meccanismo indotto di "autodifesa", come lo definiva quando pensava alla stanchezza che sempre più sovente lo attanagliava.

Gli frullava per la testa come un pensiero morboso, ossessivo, il teorema del Principe di Salina: "Che tutto cambi affinché nulla cambi". "In realtà la frase è di Tancredi", pensò Giorgio tra se e se, soddisfatto per il puntiglio filologico che soleva metterci. Spesso si faceva mentalmente compagnia giocando di continuo con le citazioni, possibilmente latine, e ne rideva tra sé, compiaciuto per lo sfoggio di erudizione che tutti condannavano. "Male non fa”, giustificava il suo esercizio di supponenza, “serve per tenere sveglio il cervello".

"Che tutto cambi affinché nulla cambi". La summa del Gattopardo-pensiero era stata risvegliata alla memoria proprio dalla recente rilettura, nei frequenti viaggi in treno tra un dormiveglia e l'altro, dell’unico ma grande romanzo del nobile siciliano Tomasi di Lampedusa che aveva letto con la consueta bramosia ed avidità. Ricordava ancora, al volgere dell'ultima pagina, di aver carezzato con rammarico il dorso rigido e rugoso del tascabile economico che tanto piacere gli aveva procurato. Pensava che sarebbe stato difficile per un po' di tempo, finché viva era l'emozione per Il Gattopardo, trovare una lettura altrettanto soddisfacente. Ricordava ancora come aveva vagato per giorni, tra i libri di casa che gli facevano da arredo primario, per librerie, per bancarelle, per negozi, alla ricerca di nuove emozionanti pagine.

In grembo ora giaceva Morte a Venezia che non aveva mai letto prima. "Nulla ho letto di Mann", sussurrava Giorgio tra sé con evidente rammarico misto all'imbarazzo per l'ammissione, ed il pensiero andava a quella telefonata di Massimo una sera molto tardi: "Ti annuncio che sto finendo i Buddenbrock", aveva sparato col solito trionfalismo di chi è invincibile. Sì, quella volta Massimo gli aveva inferto un colpo mortale nella loro gara di letture.

No, Massimo proprio non si poteva battere, lui era più forte, e per di più non conosceva le catene della schiavitù da tubo catodico. A casa sua Massimo manco ce l’aveva quel maledetto elettrodomestico rincitrullitore. "Maledetta televisione", inveì Giorgio contro quell’oggetto malefico che aveva il potere di non essere solo un oggetto come tanti. Macché: quella scatola fornita di tubo fosforescente viveva di vita propria con i suoi pixel ammaliatori, dispensava notizie, bugie, storie, emozioni. E quel che era peggio, quella maledetta “cosa” gli dava pure da mangiare, visto che lui proprio in televisione e per la televisione lavorava.

Giorgio fece per riprendere la lettura del nuovo libro, ma i pensieri di lavoro ancora lo affliggevano. "Ad impossibilia nemo tenetur", gli rimbombò nel cervello mentre cercava di riprendersi dal torpore. Con quella citazione aveva chiuso nel pomeriggio il suo sprezzante intervento in un'agitata riunione di lavoro. I suoi avversari in carriera lo avevano accusato di non aver portato a termine un progetto affidatogli, che tardava a decollare per inadempienze ministeriali, la solita burocrazia italiana. "Quisquilie" - pensò soddisfatto ripensando a Totò - "sufficienti ad impressionare quella massa d’ignoranti che non conoscono una parola di latino".

Giorgio era orgoglioso della sua "diversità". Nell'ufficio romano di consulenza aziendale che stava segretamente abbandonando per dedicarsi alla televisione definitivamente, solo Aldo aveva fatto come lui studi classici, e spesso insieme amavano escludere gli altri, provando a fare del latino una lingua viva, parlata, attraverso frasi inventate ma attente per quanto possibile a declinazioni, coniugazioni, ablativi assoluti, attingendo alle loro reminiscenze grammaticali classiche.

Gli altri, i fideisti del budget a tutti i costi, ai loro occhi erano solo un branco di parvenu che pensavano di possedere le chiavi della cultura aziendale solo perché masticavano quei dieci termini inglesi alla moda (dobbiamo raggiungere il break even, faremo un briefing, mi raccomando il customer care, è necessario il feedback da parte del cliente, ti do i toys da vendere, guarda che look originale che hai, attento all’effetto di crowding out, dobbiamo avere un mark up più alto, ricorriamo all’outsorcing, etc.).

Gli altri avevano ovviamente capito che l’uso reiterato di quel latino maccheronico e supponente da parte di Giorgio ed Aldo non era altro che una manifestazione di disprezzo nei loro confronti e si vendicavano additandoli come quelli un po' matti, e magari era pure vero. I due sodali avevano applicato nei confronti di quegli altri una vera e propria "conventio ad escludendum" di chi non avesse il loro stesso idem sentire. “Sì, idem sentire mi piace, e pure conventio ad excludendum: queste locuzioni latine sono proprio appropriate”, sogghignò soddisfatto Giorgio ripercorrendo i suoi pensieri.

Gli affanni di lavoro pian piano svanirono ed il Principe di Salina tornò a riempirgli la mente con la sua affermazione gattopardesca. Ah, che delusione il film di Visconti! Solo dopo la lettura del libro aveva deciso di noleggiarlo e vederlo per la prima volta. Film bellissimo, per carità, ma che delusione scoprire che la parte di Tancredi era toccata ad Alain De­lon. Per tutto il tempo della lettura aveva pensato ad un biondo diafano, magari a Helmut Berger. La sua immaginazione non collimava con la rappresentazione cinematografica e, a ben pensarci, neanche con i caratteri della sicilianità.

"Che tutto cambi affinché nulla cambi", l'essenza del gattopardo-pensiero non mostrava segni di abbandono dalla sua mente: "a volte gli esseri umani si affannano nel voler mutare il corso degli eventi, eppure a volte sembra non ci sia niente da fare, come se tutto fosse già scritto...” Giorgio si fermò, accorgendosi di aver imboccato una china pericolosa. “Puah, fatalismo!", sentenziò. Disprezzava il fatalismo d’ogni specie.

La mente lo portò ai suoi anni di studi e di formazione, chiuso in quella stanzetta lì vicino all’ingresso di casa con pile di libri accatastati dappertutto e poster di gruppi rock alle pareti e come compagna di stanza una bellissima radio Brionvega, dono del suo caro papà. Sin da ragazzo aveva sposato come Weltanschauung il Manifesto Esistenzialista di Sartre e non credeva affatto nel destino ineluttabile della Storia, né che nulla fosse definito in partenza. Tutt’altro.

Per anni si era sentito “sartriano” a tutti gli effetti, “essere” solo di fronte alla Storia, senza un senso preciso né un divenire, cosa-tra-le-cose, reificato dall’altro-da-sé e dalla sua stessa finitudine. “L'inferno sono gli altri[1], ripeteva tra sé scimmiottando il filosofo francese. Ma non per questo si sentiva rassegnato per la mancanza di fini, anzi la consapevolezza della lezione del grande maitre-à-penser -ciò che non è assolutamente possibile è non scegliere[2] - facevano di lui un gran combattente, pronto ad affrontare ogni responsabilità. Era consapevole che al fondo è solo un paradosso a governare l’esistenza umana: “L'uomo è condannato ad essere libero[3].

Spesso si era identificato, nelle notti che definiva di "elucubrazione", in Mathieu, il protagonista de L'Età della Ragione. Ed aveva fatto della chiusa de Il Diavolo ed il Buon Dio il suo manifesto ideologico: “Siamo soli, senza scuse. Quando Dio tace, gli si può far dire quello che si vuole. Se Dio esiste, l'uomo è nulla»[4]. L’uomo al centro dell’Universo. Il nuovo Umanesimo senza Chiese.

Ma forse faceva bene la mamma, cattolica inorridita di fronte a questo figlio scettico ed agnostico, a riportarlo con i piedi per terra: “A te t’hanno rovinati i troppi libri!A-te-ti. Fantastico. Meglio di uno schiaffo.

Giorgio ricordava ancora come questa sua evoluzione esistenzialista lo aveva portato fuori dalla FGCI e dal Partito Comunista. Una sera ad Eboli in una riunione del direttivo giovanile di cui faceva parte, aveva abiurato coram populo la dottrina marxista. Fu bollato di nichilismo.

Sì, che bello, un ablativo assoluto adesso ci sta proprio bene!” esclamò soddisfatto Giorgio dentro di sé riannodando il filo dei suoi ricordi. Ricordava che uscendo aveva detto a Gerardo il segretario: “ricordati che non scherzavo: a Lukacs io preferisco Arcipelago Gulag di Solgenytzin!” L’altro era inorridito. Lui se ne era andato soddisfatto. Non era mai stato organico al Partito. Era l’ennesimo cane sciolto della sinistra giovanile che andava per fatti suoi. Ma era padrone delle sue idee.

I pensieri di Giorgio s’interruppero. Il suo campo visivo l’aveva distratto: stava osservando con attenzione crescente il dirimpettaio di sedia, il "Professore", come lo aveva subitaneamente soprannominato (ma era poi tale?) per il suo parlare forbito, cattedratico. Questi impartiva secchi ordini al telefono cellulare, imbracciato come un fucile da caccia, ed ordinava di acquisire tale azienda, di vendere tale altra, di correggere le bozze del suo ultimo saggio, e poi bla, bla, bla, instancabilmente bla. Cicaleccio insopportabile, eppure Giorgio non smetteva di ascoltare, affascinato dalla voce del professore per il suo timbro melodioso."Che invidia!", si rammaricò Giorgio che ambiva andare in video e avrebbe voluto per sé quel caldo, pastoso timbro melodico.

Il cicaleccio aumentava e gli invadeva i timpani. Di quel che diceva il “Professore” non gliene “fregava” niente. Giorgio si difese sparando mentalmente un'altra citazione contro il suo dirimpettaio, una di quelle a cui teneva di più, l'ultima concatenazione logica del Tractatus Logicus-Philosophicus di Wittgenstein: "Di tutto ciò di cui non si conosce meglio tacere". E con questa massima tranchant, Giorgio smise di seguire i discorsi del “Professore” e si assopì.

"Wittgenstein - pensò Giorgio nel dormiveglia agitato dal rollio del treno – non può condividere il pensiero gattopardesco". Uno scienziato non può approvare che tutto cambi per non cambiare nulla. Quella di Don Fabrizio Salina è filosofia di vita (nel caso di specie, molto siciliana), è un motto spendibile in politica, un perfetto slogan della Democrazia Cristiana, non una legge della scienza. In natura semmai tutto si evolve, tutto cambia, tutto scorre. "Panta rei", ricordò illuminandosi Giorgio nell'atto stesso in cui riapriva per un attimo gli occhi per controllare in quale stazione si fossero per un po' fermati.

L’ultima citazione lo aveva proprio soddisfatto, si sentiva di mente fertile, nonostante la stanchezza delle membra. Riprese il filo dei suoi pensieri. Tutto si evolve, tutto scorre, eppure nulla cambia. Qui stava il nocciolo del problema posto dal Principe: “Non si cambia perché non si vuol cambiare?”, ipotizzò Giorgio, “o perché non si è capaci di cambiare? O, ancora, perché non è possibile cambiare, essendo certi tipi di problemi, ad esempio quelli esistenziali, sempre gli stessi, immutabili nel tempo? O perché il cambiamento è rottura, ed in quanto tale rivoluzione, fuoriuscita dagli schemi, mettersi in gioco, essere nudi, senza difese”...

I pensieri si andavano annebbiando, la mente di nuovo si ottenebrava in questo groviglio di proposizioni, e Giorgio era consapevole di essere di nuovo scivolato nelle sabbie mobili del terreno paludoso del fatalismo e dell’individualismo universale, lo stesso che da studente liceale lo aveva portato a scrivere, nel segreto della sua stanza, al riparo della notte, un diario che aveva titolato "L'uomo senza tempo", una eresia per uno come lui che si professava di sinistra in anni in cui perfino un’economista come Joan Robinson, di certo non un’estremista, ebbe a dire che "non ci si può non dire marxisti".

Al pensiero di quel diario in similpelle bordeaux, custodito gelosamente nel cassetto della sua scrivania, Giorgio decise che era ora di rileggerlo a distanza di anni. Voleva capire se ci si ritrovava, se la sua evoluzione pensante era in linea con quanto aveva creduto in quegli anni di formazione. Da ragazzo aveva più volte giurato a se stesso che non sarebbe cambiato, costi quel che costi, la coerenza innanzi tutto, maledizione. Ora avrebbe potuto verificarlo, era giunto alla prova della storia, della sua storia, pensò tra sé con fare solenne, e mancava poco che gonfiasse il petto.

Intanto il campanello suonava nel corridoio annunciando il carrello-ristoro. Giorgio sapeva che avrebbe visto arrivare il consueto compagno di viaggio su quella linea, il ragazzo che in tenuta da maggiordomo aveva imparato a scorazzare per i corridoi del treno alla guida del suo carrello con leggerezza e destrezza, offrendo bibite e panini a prezzi stratosferici, "roba da procura della Repubblica", mugugnava spesso Giorgio con indignazione pensando al Malpaese.

Questa volta però non ce l’avrebbe fatta ad ordinare alcunché, né tanto meno ad alzare lo sguardo sui tratti un po' efebici di quel ragazzo. Giorgio sentiva le forze mancargli, gli si stava ottundendo il cervello. Ottundendo? "Lei legge troppi giornali, le si ottunde il senso critico", così era stato apostrofato da un professore universitario qualche anno prima, colpevole come era agli occhi del pazzoide cattedratico di aver fatto una citazione a-tecnica all’esame di diritto commerciale davanti ad un esponente della rigorosa e formalistica scuola napoletana. Peccato che quella frase l’aveva detta e scritta un suo collega molto più famoso di lui. Ogni tanto questa frase gli riempiva il cervello, e sempre negli stati di torpore. Gli serviva per indignarsi al ricordo, così come si era indignato quel pomeriggio d'esame nonostante il ventotto conseguito, quando tornando ai banchi tra i complimenti dei colleghi sbatté all'aria il libretto universitario sotto lo sguardo sorpreso del professore che non si aspettava tale reazione: “Oibò, li ho bocciati tutti, ed il primo che prende 28 si arrabbia pure”!

L'indignazione fece partire una scarica d’adrenalina che lo svegliò e Giorgio meccanicamente riprese a leggere. Si rigirò il libro di Mann tra le mani e gli occhi caddero su delle frasi che lo colpirono al viso come schiaffi. Il quarto di copertina sosteneva che il protagonista di Mann era il poeta "di tutti coloro che lavorano ai limiti dell'esaurimento, curvi sotto un fardello eccessivo, sfiniti e tuttavia ancora in piedi: di quei moralisti del produrre". Si sentì fortemente colpito da questa definizione: "moralista del produrre". Era vero, lui era tale. Si sobbarcava a carichi di stress, lavoro, responsabilità ai limiti delle risorse fisiche e nervose, senza risparmiarsi mai, dando fondo ogni volta a qualche riserva d’energia in più. La sua vita non gli piaceva più così tanto.

Giorgio smise di leggere, quell'affermazione gli aveva tolto la voglia di continuare. In realtà più che Thomas Mann lo aveva attratto il titolo, che evocava Venezia. Egli amava quella città lagunare, unica nel suo genere, l’amava quasi come nessun luogo. All’apparenza, nessun punto di contato sembrava esserci tra lui e quella città così distante: lui uomo del Sud, nato in una città di mare, abituato a climi miti, dolci, solari. Per di più, era spesso pellegrino dell’antica nemica Amalfi, che pure adorava.

Eppure Giorgio sapeva di essere crepuscolare, bizantino, autunnale come solo Venezia sa essere in pieno. Ne coglieva le affinità elettive. Venezia da ragazzo per lui aveva rappresentato la meta agognata mai vissuta, non avendo avuto la possibilità economica di andarci, mentre Massimo gliela magnificava ogni volta che ci andava, come gli capitava spesso. Da quando aveva potuto, Giorgio ne aveva assimilato ogni sfumatura, colto ogni odore, dettaglio, anfratto. Di notte, soprattutto di notte, ne aveva vissuto ogni essenza. Lo sciabordio notturno delle acque del canale, gli odori malsani delle rive, le acque scure e salmastre, le luci fioche che davano un senso di pudore alle calle malcelate nell’ombra, i ponticelli che attraversavano la laguna su un mare color della pece.

Ora la lettura di Mann gli offriva la grande occasione di rivivere Venezia attraverso la penna del Grande Scrittore. Una vera lezione da apprendere con attenzione, se non fosse stato per il Principe di Salina che gli aveva piantato quel chiodo fisso nel cervello che combatteva ormai da solo contro il sonno avvolgente, il tedio delle membra, l'abbandono della mente fino al superamento delle resistenze nervose.

D'un tratto Giorgio si sentì come un fascio di nervi tesi, come un centometrista pronto allo scatto in attesa dello sparo dello starter. Si guardò di sottecchi, e scorse la sua pinguedine pronunciata, e si sentì amaramente lontano da quando calcava i prati verdi dei campi di calcio, dagli odori della bruma mattutina quando si allenava, dagli odori dei limoni e dei boschi in cui correva con i suoi compagni nella fase di preparazione al campionato o nelle sedute atletiche del martedì, che pure odiava.

A volte quegli odori li aveva riavvertiti, più forti, più pronunciati, gli odori degli agrumi pregnanti, proprio nella Sicilia del Gattopardo, lì dove il mare ha "il colore del vino" che Sciascia gli aveva insegnato ad amare. Che coincidenza, anche Sciascia raccontava di un banale viaggio in treno...

Tutto si confondeva nella memoria, le citazioni scorrevano nella mente di Giorgio e s’identificavano con episodi e luoghi della sua vita. Prese una decisione: “Passerò in rassegna la mia vita per citazioni!”. In fin dei conti, era come mettere dei punti fermi, dei paletti al recinto della memoria. "Leghiamo tutti più o meno a luoghi o a dei dischi gli episodi della nostra vita? Ebbene, io lo farò attraverso le mie citazioni", stabilì Giorgio e decise, orgoglioso della sua diversità, di procedere. 



2. "Il futuro ha un cuore antico".

 

"Il futuro ha un cuore antico". Questa citazione la ricordava come fosse oggi. Concludeva così solennemente, saccheggiando le parole di Carlo Levi, la difficile campagna elettorale per le elezioni al Parlamento un candidato di quelli che contano dal palco di provincia, in piazza Mercanti a Salerno nel 1983, al termine delle sue peregrinazioni per il collegio elettorale. Il candidato era soddisfatto, guardando compiaciuto sotto di sé. Giorgio era lì che ascoltava.

Il segretario dell'Onorevole - così ormai il candidato era considerato dai suoi fedelissimi che preconizzavano un sicuro successo elettorale non si sa per quali imperscrutabili motivi - diede di gomito a Giorgio, urlandogli nell'orecchio: "Una bell’affluenza al comizio, andiamo forte!". I toni erano di quelli confidenziali, come si conviene per la Stampa, quella che conta.

Giorgio era la Stampa, lì con biro, taccuino e microfono, accompagnato dalla troupe televisiva di un'emittente di provincia dove imperversava, dal calcio alla politica. Giorgio si guardò intorno perplesso, vedendo la piazza semivuota. Capì che per un piccolo partito quella era una grande folla. Stava per calare il silenzio della vigilia elettorale.

"Silenzio carico d'attesa", gli passò per la mente, senza ricordare chi l'avesse mai detto e se davvero era una citazione catalogabile tra quelle importanti, ad origine controllata d'autore, da mettere quindi da conto nel suo catalogo ideale.

Il comizio era finito e la piazza si andava rapidamente svuotando, "l'Onorevole" era ormai sceso dal palco spalleggiato dalla sua segreteria e si avviava al bar per il solito caffè di rito. Giorgio lo seguiva con lo sguardo e la sua mente andò ad altre piazze, altri comizi.

Come quella volta ad Eboli, l'intera, enorme piazza traboccante e fasciata di rosso, ai funerali di Carlo Levi. Emozione allo solido che si poteva tagliare a fette. Giorgio era uno studente liceale. Ricordava ancora i solenni e fastidiosi discorsi commemorativi di rito, la commozione generale che coinvolgeva anche le scolaresche appena uscite di scuola. Giorgio aveva deciso di osservare dal di fuori, giù dal viale, da dove si vedeva la folla, il tumulto composto, ed aveva scelto, consapevolmente, di vivere le sue emozioni ai margini dell'evento. Quelle bandiere, quell’afflato collettivo erano per lui un momento di grande empatia. Quella volta si domandò, facendo il verso ai celebratori di Levi, lì a pochi passi dalla sua tomba: "Ma le parole saranno pietre?"

O come quell'altra volta a Contursi Terme, in una minuscola piazza, più adatta ad una sagra paesana che ad un comizio, dove Giorgio, più che alle parole del comiziante per il quale era venuto ancora una volta lì ad esercitare la sua funzione di cronista di provincia, piccolo attore non protagonista, era stato attento ai volti dei "paesani", alle loro rughe profonde di contadini avvizziti al sole.

Gli stessi volti che avrebbe visto successivamente in Irpinia quando si era chiuso nella casa di campagna di Vincenzo per preparare la tesi di laurea ad un passo da Morra de Sanctis, il paese del grande De Sanctis. I contadini lo avevano accolto prima con diffidenza, lì nelle terre, poi pian piano si erano avvicinati e, vedendolo lavorare giorno e notte, indefesso, sulla tastiera ticchettante della Lettera 25 che il padre gli aveva imprestato, lo avevano adottato, portandogli coperte, libagioni, caffè, tanto caffè. Senza parole, ma solo sguardi muti di comprensione, e sorrisi accennati. Spandevano affetto, e protezione. Raramente si era sentito tanto amato.

Quei volti erano stati identici anche nel Vallo del Diano, sui monti di San Rufo, quando aveva deciso di vendere enciclopedie dell'odiato Rizzoli, quello della P2, ai "montanari" di lì, senza ovviamente cavare un ragno dal buco. Ma quanti caffè, o bicchierini, o partite a tressette, con quegli anziani dai volti rugosi spesso avvolti da una nuvoletta di fumo. Quanto fumavano!

Quei volti non li avrebbe mai dimenticato, scolpiti da profonde rughe che attraversavano la fronte come solchi scavati, simboli di una cultura contadina che Giorgio sapeva non appartenergli, a lui mai completamente dischiusa nonostante i tentativi di afferrarla, di farla propria attraverso le lettere ed i racconti che di quelle terre e di quelle genti scriveva ad Ottavia, la sua studentessa di filosofia di Corato, con cui scappava nelle Murge pugliesi a rifugiarsi.

Le stesse rughe sui volti, possibilmente perfino più tristi, che aveva visto nei giorni del terremoto, correndo in Irpinia ad aiutare i “suoi” contadini. Proprio in quei giorni, quelli tragici, Giorgio vide impazzare più pennivendoli che soccorsi veri. Aveva temuto che a mietere vittime, di fronte alla Storia, fossero gli sciacalli dei grandi giornali del nord scesi come branchi di lupi famelici. Esigeva rispetto per i "suoi" morti, ché tali li aveva sentiti, tutti, senza conoscerne alcuno, e pur tuttavia fratelli dolorosi nell'emarginazione della storia. Aveva visto i superstiti, stanchi e smarriti, a ciglio strada mentre passava sui camion porta-pane alzare il pugno di rabbia, muti di dolore.

 

Volti di emigranti,

segnati dalle rughe,

onusti d'anni,

grigi di fatica,

distrutta

la voglia di gridare

dalla civiltà dei simboli.

Pugni abbozzati,

labbra serrate,

sguardi disperati.

Piangono,

senza lacrime.

Segnali di libertà.

 

 
 3. Gigante, pensaci tu!”.

 

D'incanto Giorgio era tornato indietro di dieci anni. La scena era la stessa, dormiva, ma il treno era infinitamente più scomodo. Otto ore per arrivare con un diretto da Napoli a Bari attraverso la notte, per poi cambiare per Corato. "Nel biglietto - amava scherzare - è compreso l'attacco indiano". Vagoni da Far West, con sedili in legno. Era appena passata una settimana dal terremoto che aveva sconvolto la sua terra, e lui ne fuggiva. In realtà si rifugiava da Ottavia, la sua ragazza di Corato, grazie ai biglietti gratis per i terremotati. Puro opportunismo da studente squattrinato.

Una settimana prima, proprio da un treno proveniente da Corato era sceso: era domenica mattina, e lui era corso giusto all'appuntamento con la sua squadra di calcio. Giocava centravanti in un paese di collina, Rufoli. Pessima partita, non aveva toccato palla, stanco e spossato com'era, ed era stato pure sostituito. Aveva avuto un unico momento di lucidità procurandosi astutamente un rigore, ma poi lo aveva banalmente sprecato. Botta alta, sulla traversa. Si rimproverava: "non avrei dovuto calciarlo io", era stato cocciuto. Ma lui era il bomber e doveva tirarlo. Poco importava, avevano vinto comunque, seppur di misura, ed il suo posto non era in pericolo. In fondo, Giorgio sapeva di contare sull'appoggio dell'allenatore e nello spogliatoio era un leader. I tifosi del paese lo avevano però fischiato da dietro le reti di recinzione dove vedevano la partita in piedi. "Pazienza, li riconquisterò con un gol alla prossima".

I gol era l'unica cosa che sapeva fare, dato che come giocatore non era un granché. Era solo un "opportunista" dell'area di rigore, col suo fisico tozzo e tarchiato, dalla muscolatura possente. S’ispirava nella sua fantasia al grande bomber tedesco Gerd Muller, ma solo per la somiglianza fisica. Tozzo e tarchiato pure il crucco, ma quello era una vera e propria macchina da gol. Implacabile. In realtà aveva sempre odiato i panzer tedeschi, da quel 4-3 che aveva visto in bianco e nero a mezzanotte con papà e Lucio, piangendo tutti per l’emozione. In età liceale era stato un fedele seguace della rivoluzione operata dall’arancia meccanica del divino Crujiff. Avrebbe voluto essere da sempre Giggiriva, ma piuttosto era il suo rivale Mancieri ad assomigliargli. Lui non era manco una copia sbiadita del peggior Pruzzo.

Era lontano anni-luce dai suoi modelli, ma non poteva non giocare a pallone. Per Giorgio il calcio era la forma di libertà assoluta, era… “Ma cosa mangerò tornando a casa?” Giorgio ricordava ancora i suoi pensieri di allora, come se si fossero cristallizzati nella memoria. Era probabile che a casa quella domenica sera non avrebbe trovato nessuno. "I miei - pensò - forse sono andati da Lucio". Lucio era il "Fratello". In realtà Lucio era il figlio della sorella della matrigna di sua madre: niente, eppure “fratello”. In quanto fratellino acquisito dalla mamma che l’aveva cresciuto, Lucio sarebbe dovuto essere in teoria lo zio acquisito, ma in realtà era stato il fratello maggiore, più vicino a lui per età che alla mamma. "Come sono complicate le parentele al Sud", sorrise nel dormiveglia Giorgio. Lucio era suo fratello di vita e punto.

La casa era vuota e la cena per fortuna sulla tavola, pronta da riscaldare. Per prima cosa, Giorgio accese la televisione per vedere gli ultimi minuti di Juventus - Inter, una "classicissima" del campionato come la definiva Il grande Giuanbrerafucarlo, con la grande ed odiata (da lui)  Juventus in vantaggio per 2 a 0. "Ora segnerà Ambu per l'Inter e finisce così", pensò Giorgio mentre si accingeva a mangiare e intanto si era stravaccato per un po' sulla sedia a riposarsi, accanto al tavolo di cucina, di fronte al tv color.

Ma Giorgio si era sbagliato: quel gol non lo aveva mai visto. Alle 19,37 fu penetrato da un boato, lì sulla sedia. Il tubo catodico scoppiò, il palazzo sembrò scosso da un gigante forzuto e potente per lunghi momenti, con un sussulto indicibile. Giorgio rimase per un po' inebetito, e si aggrappò alla sedia saltellante, i denti digrignanti di paura. Il buio s'impadronì della casa: la luce era andata via, fuori rosseggiava il cielo novembrino.

Nella sua mente si fece strada la diagnosi giusta: terremoto! Giorgio cominciò a combattere con il terrore e lo vinse per un attimo, allorché il gigante, spossato, lasciò al suo destino il palazzo stremato e dolorante; solo qualche attimo. Poi il Gigante brontolò, soffiando sul palazzo che, come fuscello al vento, cominciò ad ondeggiare.

Veniva ora alla memoria nel sonno a Giorgio uno slogan pubblicitario di quando era bambino. Il Gigante Buono sovrastava le case ed il coro cantava: "Gigante, pensaci tu!" Che strane associazioni di idee, pensò Giorgio mentre muoveva il capo dall'altra parte del seggiolino del treno per subito ributtarsi nel sonno dei ricordi.

Durante la scossa ondulatoria, la sedia aveva cominciato a correre per la cucina e si era posizionata in direzione del balcone. Giorgio vide il balcone del palazzo di fronte congiungersi al suo. "Maledetta civiltà, tutti uno sull'altro", imprecò nel sonno.

Dalla strada che tagliava ad angolo retto la stretta via su cui affacciava la cucina giungevano sinistri bagliori, causati dal dondolio delle lampade stradali, che creavano giochi di ombre e fasci di luce che rastrellavano il cielo come i laser che battono l'aia di un penitenziario.

"Momenti terrificanti", rabbrividì Giorgio nel sonno. Non bastò la scossa, prima sussultoria e poi ondulatoria, a seminare il panico. Molto avevano contribuito ad aumentare il terrore i giochi di luce dei lampioni impazziti, la vista dei balconi che - come giunchi ossequiosi battuti dal vento - tendevano ad inchinarsi.

E poi i suoni, oh i suoni!, quei rumori sinistri delle strutture maltrattate, i lamentosi piagnistei di bambini che salivano dalle strade tra sirene di antifurti dei negozi e delle auto che ululavano, le urla di terrore della gente, formiche impazzite che correvano in tutte le direzioni, senza senso. Urla raccapriccianti. "Anche un cieco avrebbe avuto paura", pensò Giorgio pensando ai suoni. Nulla poté superare – e Giorgio lo ricordava nitidamente - il boato sinistro, sordo, terrificante che aveva accompagnato lo scrollone, un boato che sembrava venire da lontano, di là del mare, di lì a pochi chilometri dalle case. Sì, forse i suoni avevano sortito l'effetto peggiore, ma almeno non avevano lasciato in un silenzio innaturale quelle terribili scosse.

Giorgio ricordava ancora i suoi pensieri di quei momenti: "E' scomparsa la Jugoslavia! non può che venire da lì", aveva sentenziato provando subito a farsi una ragione scientifica dell'accaduto. Per qualche drammatico secondo, fintantoché il terribile gigante non si era deciso a mollare la presa, aveva creduto nel cataclisma totale, la fine del mondo, e pensò in quei lunghi, infiniti, terribili momenti a quella volta che il professore di lettere aveva sentenziato che era una sciocchezza antistorica parlare della paura dell'anno mille, ed ora ecco che si era alle soglie del duemila! L'aveva o no detto anche Nostradamus che intorno all'anno duemila ci sarebbe stata la fine del mondo?

Giorgio provò a rivoltarsi sulla poltroncina del treno per dormire più profondamente e concentrarsi meglio sui ricordi e sull’emozioni di quei momenti, ma gli scossoni del treno non lo aiutavano.

"Quante cose si pensano in certi momenti", osservò Giorgio tra sé, "sembrano pensieri di una giornata eppure vengono consumati in attimi brevissimi"; ma di ciò Giorgio non si meravigliava, in questo aiutato dall'esperienza di calciatore, che deve decidere in una frazione di secondo come e quando colpire la palla eppure dopo ricorda che prima dell'impatto ha fatto ragionamenti lunghissimi. Ah, la velocità del pensiero!

Giorgio si infastidì pensando che non ricordava tutto dei suoi pensieri di quei momenti di tanti anni fa. "Strano – pensò - ero convinto di non potere, mai più, dimenticare nulla di quegli attimi". Eppure aveva coscienza del fatto che nel momento della morte, o perlomeno della convinzione di essa, Giorgio non aveva pensato a nulla che lo riguardasse, ma ricordava distintamente come era stato attento, teso a tutto ciò che accadeva, con lo scrupolo dell'osservatore estraneo che ha la certezza di vivere qualcosa di unico, inimitabile, indelebile al ricordo. "L'istinto del narratore", sorrise Giorgio soddisfatto nel sonno, consolato dal fatto che si trattava di soli ricordi, seppur vividi nella memoria, e dieci anni si erano frapposti tra essi e la realtà, una realtà fatta di torpore mentre si consumava un viaggio ad assetto variabile.

Il fiume dei ricordi riprese: le scosse erano finite, per il momento. Erano sembrate un'eternità: in realtà erano durate poco più di un minuto, un lunghissimo eterno minuto, in cui il terremoto aveva avuto intensità 10 della scala Mercalli, come si seppe poi dopo.

Giorgio si era alzato dalla sedia di cucina con molta circospezione, badando bene a dove poggiare i piedi, camminando sulle punte come se il pavimento fosse friabile e stesse per franare da un momento all'altro.

Giorgio si sparò un ordine perentorio: "Non lasciarsi prendere dal panico!", secondo il suggerimento del padre di restare sempre lucidi. Per fortuna lui aveva seguito il solco paterno, non aveva preso dalla madre, troppo emotiva di fronte ad un imprevisto o ad una disavventura.

"Che grand'uomo, mio padre", pensò Giorgio orgoglioso, per quel tanto di orgoglio che permetteva la paura che gli attanagliava le membra. "Devi esserne degno, ora è il momento", si ordinò Giorgio, pensando a tutte le volte in cui provava inutilmente ad imitarlo nelle lunghe notti in cui combatteva il sonno studiando, e cercava di resistere per fiaccare la resistenza del padre intento al tavolo da disegno. Inutile, cedeva sempre prima lui. Spesso si addormentava sulla sedia proprio mentre era intento ad incitarsi di non cedere. "Ora però non bisogna cedere alla paura: facciamo un piano di uscita", pensò cercando di trovare la forza interiore per tranquillizzarsi e chiamare a raccolta tutte le energie nervose.

Per prima cosa tolse la corrente al televisore scoppiato che faceva scintille per evitare possibili incendi, andò poi nella sua camera rasentando il muro del corridoio, tastandolo con le mani e appiattendosi su di un lato per saggiare la consistenza del pavimento, prese la giacca a vento ed i guanti che aveva buttato qualche ora prima sul letto, tastò la tasca per vedere se non avesse per caso dimenticato il portafogli, notò nel buio della stanza malamente illuminata dalle luci della strada che tutti i suoi libri erano caduti in ordine sparso dagli scaffali e che gli armadi erano aperti, riprese nel corridoio di nuovo appiattendosi fino all'ingresso, spense l'interruttore centrale della corrente, chiuse la porta a chiave ricordando un altro suggerimento del padre: "In questi casi pullulano gli sciacalli!" e si avviò per le scale lentamente, con la speranza di trovarle intatte.

C'erano, per fortuna, e tenevano bene al peso. Avrebbero retto fino alla fine della discesa? Alla domanda sinistra certo non facevano d'incoraggiamento le tompagnature del palazzo scrostate che davano la sensazione della rovina. Nel frattempo, dai piani superiori la gente gli era già addosso, terrorizzata, si era letteralmente buttata per le scale ed aveva annullato lo svantaggio di qualche piano in più. Fu lì che Giorgio sfogò la sua tensione urlando a tutti come un ossesso: "Non correte! Perdio, non correte, è pericoloso, ci sono i vecchi ed i bambini!" e così facendo si caricò una vecchina in spalla e la portò fino a giù facendo da scudo agli altri.

Sceso per strada perse i suoi compagni di discesa, ma subito fu affrontato dalla signora Ivana, la mamma di un bambino a cui Grigio saltuariamente faceva doposcuola. Giorgio quasi non la riconobbe, tanto era stravolta e con gli occhi di fuori. Gli si avventò addosso urlando, e con le unghie delle mani gli graffiò le guance: "Marisa, Marisa, dov'è mia figlia? L'hai vista?" implorò con violenza pari alla forza di quelle mani graffianti la figlia uscita per una passeggiata. Giorgio si difese il volto alla men peggio e diede conforto alla signora dicendo che chi stava per strada sicuramente stava meglio della gente in casa, e che aveva trovato senz'altro rifugio. La signora non lo ascoltò nemmeno, e già aveva ripreso a gridare per strada alla ricerca della figlia.

Fu a quel punto che Giorgio sentì un botto dentro di sé, una miscela esplosiva di terrore e di dolore: "Dove sono i miei? Sono vivi? Come faccio a trovarli?" Giorgio era scoppiato in un pianto a dirotto ed aveva cominciato a correre all'impazzata verso l'uscita di Battipaglia, alla ricerca del raccordo autostradale, con il giubbotto azzurro aperto sul petto, e l'aria nei polmoni che gli troncava il respiro. Aveva deciso di correre a Salerno da Lucio. A costo di fare più di 20 chilometri a piedi.

Giorgio si risvegliò di colpo, e si accorse di avere la fronte madida di sudore. Si tranquillizzò vedendo che i suoi compagni di treno non avevano notato nulla dei suoi turbamenti. Si riabbandonò grevemente al ricordo agro-dolce di quei momenti.

Ricordò di essere salito sul primo filobus che era passato semi-vuoto con cui era arrivato indisturbato in città. Salerno era in preda ad un caos indescrivibile che aveva rallentato moltissimo la marcia del tranviere verso il centro, ma per fortuna non erano interrotte le arterie di traffico principale. Il suo istinto lo guidò quasi a colpo sicuro. Aveva pensato tra sé: “Se mamma e papà sono da Lucio, il primo rifugio è la piazza dei Salesiani lì vicino”.

Arrivato nella piazza, aveva cominciato a chiamare urlando a perdifiato i genitori. Dal fondo sentì le loro voci rispondergli. Sì, i genitori li aveva ritrovati, accucciati sotto le coperte, in un accampamento improvvisato, abbracciati e tremanti agli altri suoi fratelli ed a Lucio, una tribù ferita ma unita. Fu un abbraccio intenso, di quelli che non si scordano. Mamma mi saltò al collo. Mio padre in quel momento fu in tutto simile a quei “miei” vecchi, cari contadini pur non avendone le rughe. Ma bastò una sua carezza, uno sguardo muto di intenso amore, la solita frase: “Stai bene?”, lui che non chiedeva mai per sé attenzione. Al pensiero Giorgio ancora si commuoveva.

Giorgio rischiò di piangere davanti ai suoi compagni di viaggio. Si trattenne a stento. Sentì in quel momento, struggente, il bisogno di paternità, di continuazione della specie. Era pronto ad essere padre. Ne avrebbe parlato con Annamaria, sua moglie, che l’aspettava in stazione.  "Ci vediamo a Mergellina", la salutò col pensiero, riconoscente per il fatto di esserci nella sua vita, mentre si assopiva, stavolta sereno, per consumare gli ultimi minuti di viaggio che resta­vano.

Nella notte di pioggia il treno tagliava l'aria sibilando lievemente sui binari. Il ticchettio della pioggia sui finestrini aveva assunto un ritmo musicale, compagno ideale dell'oblio a cui Giorgio aveva finalmente abbandonato i suoi pensieri.


[1] J.P.Sartre, A Porte Chiuse, 1946

[2] J.P.Sartre, L'esistenzialismo è un umanismo, 1946

[3] J.P.Sartre, L’Essere e il Nulla, 1943

[4] J.P.Sartre, Il Diavolo ed il buon Dio, 1951

 

© Umberto Chiariello

Napoli, 1 novembre 2011 (edizione originale 26 febbraio 2001)