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Domenica 09 Ottobre 2011 17:22

43. POSTFAZIONE, OVVERO DELLA MARCETTA, DELL'ODOR DI CANFORA E DELL'EPOS PALLONARO

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Il nostro viaggio nell'Olimpo pallonaro è finito, ma vi prego di portare pazienza. Prima di lasciarci, vi chiedo un po' d'attenzione e mi scuso anticipatamente: intendo parlarvi un po' di me e della mia passione per il calcio. E' uno sfogo, più che esercizio narcisistico, o almeno spero lo prendiate per tale. Se pensate di annoiarvi, il libro è finito. Chi mi ha seguito e vuole continuare a seguirmi o perlomeno intende farlo ancora per pochi istanti, ringrazio sentitamente per l’attenzione.

Erano anni che pensavo di scrivere un libro sul calcio. Per molto tempo mi sono frenato, pensando che già tutto fosse stato scritto. Per chi, come me, è cresciuto nell'originale prosa corrosiva di Gianni Brera(168) ed in quella razionale di Antonio Ghirelli(169), negli asciutti fondi di Giorgio Tosatti(170), nella tornita scrittura di Giovanni Arpino(171) e Mario Soldati(172), nei racconti popolari ed un po' picareschi di Eduardo Galeano(173) e Osvaldo Soriano(174), tutti scrittori prestati al calcio e che del calcio ne hanno fatto alta letteratura, era difficile osare pensare di aggiungere qualcosa di nuovo.

Tuttavia, giunto alla ragguardevole soglia di trent’anni di attività giornalistica e televisiva, ho sentito ancora intatta la voglia di comunicare e raccontare di questo rutilante mondo del calcio, per certi aspetti epico e per altri miserrimo. Fortissima è stata dentro di me l’esigenza di trasmettere questo sentimento d’amore forte, gioioso, quasi fanciullesco, che provo ancora oggi per questo sport, ad onta di ogni delusione, scandalo, e quant’altro possa aver provato a scalfire quest'adesione sentimentale totale, lo stesso amore che provavo sin da bambino.

Come ricordava spesso mia madre, dormivo con il pallone sotto il letto che non avevo ancora otto anni, le figurine Panini in bella vista con il loro corredo di valide e bis-valide sul tappeto, e non c’era partita al Telefunken in bianco e nero che mi perdessi. Potevo avere circa quell’età quando, ad una festa, mentre gli altri bambini giocavano, mi lasciai sedurre dai fosfori della TV che mostravano Eusebio impegnato nei mondiali inglesi contro i futuri “baronetti” di Sir Ramsey. Era il 1966. La Pantera Nera fu con Pelé il mio primo mito d’infanzia. I miti nei bambini spesso li alimentano la televisione ed i fumetti. Sorrido ancora al ricordo proprio di uno strano fumetto che mi capitò tra le mani (ero alle elementari) riguardante un’avventura di Pappagone portiere del Napoli che divenne eroe per caso della folla partenopea parando un rigore nientedimeno che a Pelé!(175)

I giorni di Eusebio furono anche i giorni del mio primo pianto televisivo, per colpa del pseudo-dentista coreano Pak-Doo-Ik(176), altro che Ridolini (ahi Valcareggi!)(177). Fu il mio primo impatto emotivo importante con la Nazionale, e che impatto!(178) Furono solo le prime lacrime di una lunga serie, di gioia e di dolore: come potevo immaginare allora che avrei visto per ben 2 volte gli azzurri sul tetto del mondo e per altre 3 battuti per dei maledetti rigori?

Sono stato folgorato sin da subito dai racconti di calcio, sin da quando sul pullmino del Cristo Re che mi portava a scuola in prima elementare si sentiva dai bambini più grandi vociferare delle gesta di Corso e Mazzola. Erano gli anni dell’Inter Euromondiale. Ricordo ancora un bambino grande, grosso e rosso, gridare un giorno paonazzo in volto a noi più piccoli che ascoltavamo rapiti: “Mazzola se li è scartati tutti!”. Si riferiva ovviamente alla famosa serpentina di Budapest.

Quei colori nerazzurri segnarono la mia generazione, e certi telefilm del pomeriggio – in epoca di TV dei Ragazzi in bianco e nero, dove imperavano Padre Brown(179) e Padre Tobia (ma io avevo il mio Padre Pace(180) all’oratorio) - narravano le gesta di una squadra, guarda caso nerazzurra, e del suo piccolo capitano, sfortunato campioncino infortunatosi durante la partita decisiva.

Se ho ricordi nebulosi di quei telefilm che pur ancora popolano i miei ricordi con viva emozione, ho nitidamente impresse nella memoria le indimenticabili note di “Un ponte sul fiume Kwai” che accompagnavano l’ingresso in campo di quei piccoli nerazzurri. Per anni ho sognato di entrare anche io sul terreno di gioco sentendo l’altoparlante dello stadio diffondere quella meravigliosa marcetta! Per non dire cosa avrei pagato di mio per stare lì eretto, impalato e commosso, vibrante, ad ascoltare l’inno nazionale…

Come vorrei rivedere quei telefilm d’antan di cui non ricordo neanche il titolo! Li vorrei custodire gelosamente nella mia teca sperando di tramandarli a quel mio unico figlio che mi dà speranza, avendomi chiesto a soli 6 anni - senza che io lo avessi minimamente condizionato (lo giuro, ma so che non mi crederete) - i guanti da portiere! Portiere, capite? Li ha chiesti a me, che portiere ho sognato di esserlo per davvero, e ci ho pure provato con qualche modesto risultato. Ridete quanto vi pare, ma io so di essere stato un buon portiere! Ex-atleta in campo, ora grande atleta a tavola! E non ditemi che era meglio un citofono… Sir Fabio Capello in Sudafrica ne ha portati ben tre! Giorgino-mio ora è un bel portierino, ed io lo guardo emozionato crecere ta i pali, con i guanti rossi luccicanti di nuovo, quegli stessi guanti che erano il mio desiderio inconfessato da bambino e mi accontentavo di vederli portare in bianco e nero dal mio primo eroe azzurro, lo sfortunato Carburo Negri(181), prima di poterli indossare un po' più grandicello quando da portiere giocai per davvero.

Tornando a fatti - per così dire - "cromatici", devo dire che se la fascinazione nerazzurra colpì ed attraversò la mia generazione, per quel che mi riguarda fu solo una brevissima “passiuncella” che durò l’espace di un matin, rapito da subito come fui dall’abbagliante fulgore di quelle maglie azzurre di Sivori ed Altafini, che – come mi spiegò zio Luciano - difendevano i colori della mia città natale, Napoli, alla quale mi sentivo visceralmente legato pur non vivendovi all’epoca.

Non ha fatto velo al mio cuore azzurro la frequentazione della maglia granata della Salernitana, indossata da pulcino, negli anni spensierati dell’oratorio salesiano e del campetto di Padre Pace dove ho trascorso la gran parte dei miei pomeriggi felici. Ho molto sofferto per la maglia granata (colore che adoro, per via della storia immensa e dolorosa del Grande Torino e della contrapposizione del Toro alla Juventus negli anni d’oro dei “gemelli del gol”), specie ai tempi della Salernitana di mister Tom Rosati, di Daolio e di Pantani, ma soprattutto di Valsecchi (il portiere, è ovvio!).

I casi della vita: si pensi che a farmi piangere da ragazzino per la mancata promozione della Salernitana fu quello che sarebbe poi diventato il mio grande mentore televisivo, il compianto dottore Andrea Torino proprietario di Napoli Canale 21, all’epoca fido collaboratore di Achille Lauro nonché Presidente del Sorrento Calcio che “ci fregò” sul filo di lana la promozione in serie B. Quante volte gliel’ho rinfacciata questa cosa, e come sorrideva sornione e soddisfatto!

Né gli anni successivi di Battipaglia hanno scalfito il mio amore per il Napoli e per Napoli. Lì ho raggiunto il vertice delle mie gesta sportive (si fa per dire…) e lì ho iniziato i miei primi passi televisivi e radiofonici nell’età pionieristica di fine anni ’70 segnata dall’esplosione delle radio e tv cosiddette “libere”. Al seguito dei colori bianconeri delle “zebrette” battipagliesi ho raccontato centinaia di partite alla radio e soprattutto in TV, ne sono stato il cronista ufficiale - fatemelo dire con orgoglio - per otto anni. La gente scendeva in piazza della Madonnina ed attraverso il megafono del carretto del venditore di “O’ pere e o’ musso(182) ascoltava le mie radiocronache delle partite della Battipagliese organizzate tra mille peripezie (non esistevano i cellulari) con l’aiuto del mio grande amico per la vita Pino Bovi (suo papà e mio papà erano legatissimi, ora sono insieme in cielo), padrone della radio e pure patron della squadretta della Figimas(183) in cui giocavamo spesso insieme al sabato pomeriggio. Seppur quei colori in bianco e nero non mi sono mai piaciuti (idiosincrasia pura) per via dei miei globuli azzurri, ho tanto amato la zebra battipagliese!

All’epoca d'altronde era facile per me tenere per tre squadre di club: erano tre mondi diversi. Era l’ordine immutabile delle cose che non s’incontravano tra loro. Il Napoli che agognava il suo primo scudetto senza carpirlo mai, la Salernitana che non riusciva a ghermire la B (27 anni è durato il calvario di C!), la Battipagliese che non riusciva a tornare in serie D. Ogni anno la stessa storia: si partiva in estate con ambizioni di vittoria, poi l’obiettivo sfumava immancabilmente, tra frustrazione e delusione. Pronti via, e si ripartiva. Altro giro, stesso risultato. Poi, per fortuna, le cose cambiarono, ma non sempre in meglio.

A Napoli sono arrivati Maradona, gli scudetti ed i trionfi europei, anni sicuramente indimenticabili e forse irripetibili, ma anche gli anni bui della B di basso profilo, del fallimento e della C (ma ora siamo tornati a sognare grazie a De Laurentiis).

E’ arrivato il decennio d’oro della Salernitana in B, con una fugace apparizione addirittura in serie A proprio nell'anno del Napoli in B (niente derby), terminato male tra presunte combines e tragedie vere (il terribile “treno della morte”)(184), ma mesto è stato il ritorno nell’inferno della C fino alla recente, incredibile scomparsa - causa le malefatte di Lombardi e degli accoliti di Moggi - dei granata dal calcio che conta (quanto sa di Salernitana l'attuale Pro Formellese che porta il nome di Salerno tra i dilettanti?).

Le “zebrette” di Battipaglia dal canto loro hanno scalato campionati su campionati fino alla C1, per poi ripiombare mestamente nell’anonimato dei dilettanti (solo l'anno scorso hanno festeggiato il ritorno in D).

Il mio tifo per il Napoli è rimasto incrollabile anche quando l’ordine delle cose non era più così immutabile, e granata ed azzurri non erano più così distanti, ma rivali. Semmai non è più così totale la mia simpatia per certe frange di tifosi salernitani, non potendone sopportare quel provincialismo stupido che ha preso il sopravvento - causa quel breve periodo di rivalità che c’è stato tra le due squadre coinciso col momento più buio della storia azzurra e con l’apice della storia granata - e che ha spinto molti tifosi granata all’Arechi la domenica ad esultare ogni qualvolta il Napoli subisce un gol, anche ora che non c’è più motivo di rivalità, essendo la Storia rientrata nell’alveo naturale del suo corso, con il Napoli nell’Olimpo del calcio e la Salernitana destinata in un prossimo futuro a tornare a fare la solita squadra-ascensore tra B e C (ma avrebbe le potenzialità per emulare Bergamo e Brescia, perennemente tra A e B). Io preferisco ricordare i moltissimi sportivi salernitani amanti del calcio, innamorati della “loro” Salernitana ma che onorano il calcio campano ed il calcio meridionale con un amore a tutto tondo (ci sono ancora tanti club azzurri in provincia di Salerno).

Al tirar delle somme, non so cosa mi abbia attratto così totalmente del calcio. Ho amato sopra ogni cosa l’odore dell’erba sul campo d’allenamento, e quell’odore di spirito canforato negli spogliatoi; il rumore della folla, il brusio o l’esplosione ad ogni parata o gol. Mi rimarrà per sempre nel cuore quello spirito di gruppo che si creava in seno alla squadra, in ogni squadra, ad onta di clan ed antipatie personali che pure erano umane, ed ancor oggi quando sento “vecchie glorie” raccontare di sé e del loro gruppo mi salgono le lacrime agli occhi pensando... ah, miei amici perduti!

Ma il calcio per me non sarebbe stato quel potentissimo detonatore di passioni e sentimenti che mi ha portato a raccontarlo in TV per 30 anni se non ne avessi sentito e subito profondamente il fascino dell’epos trasmesso dai grandi giornalisti e dai grandi scrittori di cui prima ne ho citato alcuni. Certo – consentitemelo – c’era in me probabilmente l’humus adatto, il terreno fertile su cui farlo attecchire, essendo da sempre un divoratore di tutte le avventure epiche possibili: ero appena lettore in erba quando incontrai ed amai Walter Scott e Alexandre Dumas, Emilio Salgari e Julius Verne (senza mai trascurare Tex Willer!), ero studente liceale quando mi dedicai ai tragici greci ed ai poemi omerici e poi cavallereschi, ero studente di legge e di economia quando incontrai la tragedia shakespeariana, tuttora mi appassiono alle mirabolanti avventure di Bernard Cornwell, dalla saga di Excalibur al Sacro Graal ed ai Re del Nord. A proposito, ma il Nottingham Forrest quanto si è sovrapposto nella fantasia a Robin Hood ed alla foresta di Sherwood?

E’ stato quindi un percorso naturale associare sin da ragazzo al piacere per la letteratura epica l’esaltazione per il racconto “colto” ed “immaginifico” delle gesta sportive attraverso la bella scrittura(185), come ad esempio l’epopea di Gigi Riva Rombo di Tuono narrata da quel grande scriba che fu Gianni Brera, o la leggenda del Grande Torino raccontata da quel fine dicitore che è Giampaolo Ormezzano.

I risultati di tutto ciò – lo riconosco - sono stati, ahimè, devastanti. Non c’è raccolta Panini che non abbia fatto anche ben oltre l’età consentita, non c’è pubblicazione, testimonianza, libro, video, etc. che non abbia avidamente letto, visto o collezionato, non c’è partita che mi sia sfuggita (per la gioia di mia moglie!). Ho la fondata speranza di non essere il solo, ma anzi di essere in buona compagnia, a dar retta al tenore delle mail che mi arrivano copiose ogni domenica da fedeli e colti (non solo calcisticamente) telespettatori. Forse, questa, in fondo, è l’innocente ricetta per rinnovellare il “fanciullino” che è in tutti noi.

Insomma, girata la boa del mezzo secolo di vita, ho ritenuto che questa passione, questa ricchezza interiore, questo bagaglio di conoscenze – per me uomo di comunicazione – fosse da trasferire, un gesto d’amore necessario verso il calcio e verso la gente che mi segue da anni con tanta fedeltà ed al contempo una necessità catartica di svuotare il serbatoio di tanto accumulo.

Ah, il calcio… Scriveva Pier Paolo Pasolini: “Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci”.

Note:

(168) Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, Milano, Bompiani, 1975.(consiglio di lettura). Di Brera c’è un’autentica biblioteca da leggere!

(169) Antonio Ghirelli, Storia del calcio in Italia, Torino, Einaudi, I ed. 1954, ed. aggiornata al 1990 (consiglio di lettura).

(170) Gli articoli di Giorgio Tosatti sono stati di recente raccolti in 2 volumi: Tu chiamale, se vuoi, emozioni, Milano, Mondadori, 2005; Se questo è sport (postumo), Milano, Mondadori, 2008. Si veda anche l’Almanacco curato da Tosatti: 50 anni che fecero grande il pallone (1946-1996), Selezione Reader’s Digest, 1996 (consiglio di lettura).

(171) Giovanni Arpino, Azzurro tenebra, Torino, Einaudi, 1977 (consiglio di lettura).

(172) Mario Soldati, Ah! il Mundial! Storia dell’inaspettabile, Palermo, Sellerio, 2008 (prima edizione Milano, Rizzoli, 1986), risvolto di copertina di Gianni Brera (consiglio di lettura).

(173) Edoardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, Milano, Sperling & Kupfer, 1997 (consiglio di lettura).

(174) Di Osvaldo Soriano si veda la trilogia dei racconti calcistici: Triste, solitario y final, Torino, Einaudi, 1979; Pensare con i piedi, Torino, Einaudi, 1995; Fùtbol, Torino, Einaudi, 1998 (consiglio di lettura).

(175) Pappagone: nel gioco degli equivoci tipici del buffo personaggio creato per il piccolo schermo dal genio di Peppino De Filippo, Pappagone era finito non si sa come al posto di Bandoni tra i pali del Napoli e, trovatosi a fronteggiare Pelé pronto a calciare un rigore, lo aveva parato con un balzo involontario, causato da un insetto che si era infilato nel collo della maglietta, che l’aveva portato per caso sulla traiettoria del pallone scagliato dal dischetto dalla Perla Nera brasiliana venuta col Santos a giocare al San Paolo contro il Napoli.

(176) Pak-Doo-Ik: L’ala nord-coreana che condannò l’Italia alla più clamorosa eliminazione della storia, nei mondiali d’Inghilterra del ’66 a Middlesbourgh, è stata per decenni etichettata con la qualifica di “dentista”, poi ridimensionato da alcuni ad odontotecnico. In realtà Pak-Doo-Ik era un ex tipografo, caporal maggiore dell’esercito che per quel gol ebbe la promozione a sergente. Ma due anni dopo il mondiale lasciò l’esercito e si dedicò alla carriera di professore di educazione fisica e poi di allenatore, guidando la Nazionale alle Olimpiadi di Montreal del ’76. Un’altra leggenda metropolitana da sfatare è quella riguardante il ritorno in patria degli “eroi” d’Inghilterra (persero nei quarti 5-3 col Portogallo dopo essere stati in vantaggio 3-0, quattro gol di Eusebio). Per molti anni si è vociferato che il regime comunista coreano non avesse perdonato ai giocatori gli eccessi festaioli post-mondiale, e li avesse arrestati punendoli duramente. In realtà i calciatori furono accolti in patria come “eroi” e furono ricevuti da Kim Il Sung, capo supremo del regime comunista nordcoreano, che li premiò con onorificenze e medaglie che a distanza di anni i reduci di Middlesbourgh hanno sfoggiato sul proprio petto in occasione del documentario girato sul luogo del “delitto” nel 2002 dal titolo “La partita della vita” ad opera di due registi inglesi con la testimonianza di Rivera e Mazzola.

(177) Ridolini: fu l’allenatore in seconda Ferruccio Valcareggi a relazionare Mondino Fabbri sui coreani definendoli “Ridolini”, dalla maschera comica di Larry Semon che impazzava nelle comiche mute in TV ( in pratica, li definì “comici”). Mal gliene incolse ad Edmondo Fabbri, che fece giocare Bulgarelli zoppo sottovalutando le “cavallette” coreane, perdendo così il bolognese dopo pochi minuti per infortunio (non c’erano ancora le sostituzioni) e pagando in proprio l’eliminazione clamorosa con l’esonero (ma quel giorno l’ala del Bologna Marino Perani si mangiò almeno 3 gol!). In compenso Valcareggi fu promosso (prima con Herrera, poi da solo) CT, riscattandosi alla grande (1 titolo europeo contro la Jugoslavia della grande ala mancina Dragan Dzaijc, l’unico finora, ed 1 titolo di vice-campione del mondo dietro il Grande Brasile del ’70 di Pelé che si aggiudicò la Coppa Rimet nello scontro diretto).

(178) Burgnich & Janich: la partita con la Corea del Nord ci offre lo spunto anche per evidenziare l’incredibile sorte di due difensori azzurri entrambi furlàn (con quei cognomi in “ich”, cos’altro potevano essere?): in positivo, quella di Tarcisio Burgnich detto "la roccia", che non subì né l’eliminazione del ’66 né quella del ’74, essendo tutte e due le volte infortunato nella partita decisiva (con la Corea non giocò, e con la Polonia uscì sullo 0-0); in negativo, quella di Franco Janich che si trovò a giocare, in sole 6 presenze azzurre, sia contro il Cile nel ’62 che contro la Corea nel ’66, partecipando così a due delle pagine più amare del calcio azzurro. Janich è detentore anche di un altro sfortunato primato: 425 partite in serie A e nessun gol. Nessuno dei “centenari”(per presenze) della Serie A ha fatto peggio di lui in quanto a gol! Ma nonostante questi singolari record, Janich fu forte difensore e pilastro del Grande Bologna di Fuffo Bernardini.

(179) I ragazzi di Padre Brown: ad interpretare Padre Brown fu il grande Renato Rascel. La sigla dei telefilm era proprio con Rascel-Brown nei panni di arbitro in una partita di calcio tra i bambini dell’oratorio.

(180) Padre Pace: era il “mio” meraviglioso prete dell’oratorio dietro casa mia in via Luigi Guercio a Salerno, che calciava le punizioni “a foglia morta” quasi come Mariolino Corso, poi partito missionario e rientrato dopo trent’anni: ora è presso la diocesi di Pontecagnano (che gioia averlo risentito dopo tanti anni!).

(181) Negri & Albertosi: lo sfortunato William Negri fu soprannominato “carburo” per aver collaborato da ragazzo come benzinaio nella pompa di benzina di famiglia. Portiere del Bologna di Fuffo Bernardini che strappò lo scudetto alla Grande Inter Campione d’Europa di Helenio Herrera nello spareggio del ’64 all’Olimpico di Roma, non giocò i Mondiali inglesi del '66 – pur essendo titolare della maglia azzurra nelle qualificazioni – per un infortunio al ginocchio in campionato nell’anno premondiale. Incredibile la fortuna del pur grande Ricky Albertosi: nel ’62 si trovò catapultato in Nazionale come terzo portiere al posto del suo titolare di club, inopinatamente non convocato. Albertosi, riserva di Giuliano Sarti nella Fiorentina in campionato, era stato però protagonista in Europa, avendo contribuito alla vittoria della Coppa delle Coppe giocando bene entrambe le finali (causa l'infortunio di Sarti) ed attirando così l'attenzione dei selezionatori azzurri. Invero, per quel Mondiale non fu convocato nemmeno il Kamikaze Giorgio Ghezzi, portiere del Milan fresco Campione d’Italia trasferito di peso in azzurro ma senza il suo valido pipelet. Che strano mondiale quello del '62 per i portieri azzurri: pensate che lo juventino Carlo Mattrel, che in teoria non era neanche da convocare avendo davanti un trio formidabile composto dal grande Lorenzo Buffon, Giorgio Ghezzi e Giuliano Sarti, non solo partecipò in qualità di secondo portiere alla spedizione azzurra con Buffon ed Albertosi, ma - grazie al fatale turn over applicato da Mazza e dalla Commissione Tecnica - si trovò titolare al momento decisivo col Cile ed ebbe non poche responsabilità nella sconfitta. La fortuna baciò Ricky Albertosi anche nel '66: da terzo portiere che doveva essere, in ballottaggio con lo juventino Roberto Anzolin, dietro Negri e Sarti, si trovò catapultato addirittura da titolare grazie all’infortunio di Negri ed all’ostracismo di Fabbri e della stampa anti-catenacciara e pro-Rivera alla difesa Euromondiale dell’Inter (convocati Burgnich, Facchetti e Guarneri, persino la riserva Spartaco Landini che giocò proprio contro la Corea al posto di Burgnich, ma non Sarti e Picchi, i pilastri centrali). Lo smantellamento della difesa interista aprì le porte della convocazione persino a Pier Luigi Pizzaballa, passato alla storia più come la figurina Panini più introvabile di ogni tempo che come portiere! Insomma, Giuliano Sarti, portiere di fama mondiale, convocato anche nel Resto del Mondo, uno dei più forti Numeri Uno della sua epoca, dovette cedere due volte il posto al suo più giovane rivale Albertosi e non partecipò a nessun Mondiale!

(182)O’ pere e o’ musso”: tradotto dal napoletano vuol dire letteralmente “il piede ed il muso”, cioè il piede di maiale ed il muso di bue lessati, conditi con sale, pepe e succo di limone. E’ una tradizione gastronomica campana che si va perdendo, ma esistono ancora ambulanti che vendono questa specialità (vi assicuro, molto buona).

(183) Figimas: non ci crederete, ma era il nome del cane del nostro centravanti! Vi racconto il mio fine-settimana-tipo: il sabato pomeriggio portiere con la Figimas, la domenica mattina portiere sui campi di montagna del salernitano (Rufoli, San Mango, etc.) con il Panda nei campionati ufficiali CSI (avevo smesso di giocare nelle categorie “vere”), poi telecronista di calcio alle 14,30 canoniche al Sant’Anna di Battipaglia o dovunque in Campania, ed a seguire telecronista di basket nel pomeriggio a raccontare le gesta delle Casse Rurali di Battipaglia accompagnate nel trionfale viaggio dalla D alla B2 (con tanti miei compagni di scuola in campo). Infine, rientro in studio come presentatore nella trasmissione live della sera! Quando si dice stakanovismo applicato allo sport…

(184) La Combine ed il “treno della morte”: la retrocessione della Salernitana all’ultima giornata a Piacenza fu macchiata a giudizio di molti da una sospetta condotta antisportiva della squadra di casa che, già salva, fece di tutto per ostacolare la salvezza della Salernitana. Sono circolate voci insistenti di “premio a vincere” ai piacentini per la vittoria sulla Salernitana, che con una sconfitta sarebbe stata automaticamente retrocessa, indipendentemente dalla sconfitta della diretta concorrente Perugia. Chissà che nell’inchiesta Gaucci non salti fuori qualche riscontro. In realtà la Salernitana aveva rotto le uova nel paniere a tanti, troppi interessi. Non si era rassegnata a fare la parte dell’agnello sacrificale sull’altare dei giochi che riguardavano scudetto e salvezza. Alla penultima giornata, i granata - nonostante la molto, ma molto sorprendente (eufemismo!) vittoria del Perugia in casa di un’Udinese in corsa per un posto in Champions che sembrava aver chiuso i giochi - avevano fatto saltare il banco segnando all’ultimo minuto il gol che li teneva ancora in corsa, minacciando così ancora la concorrente Perugia, nella scomoda posizione di giocare l’ultima gara in un micidiale testa-coda scudetto-salvezza contro il Milan. Una sconfitta granata a Piacenza però avrebbe significato che il Perugia poteva permettersi di perdere in casa contro il Milan senza rischiare la retrocessione e consentire al Milan di non rischiare troppo per conseguire la vittoria che avrebbe matematicamente comportato lo scudetto. Finì esattamente così, con i piacentini impegnati alla morte a difesa di una vittoria assolutamente ininfluente per la loro classifica, il Milan Campione ed il Perugia salvo, e solo i gonzi o gli sprovveduti od i pennivendoli prezzolati hanno potuto inneggiare alla sportività piacentina! Io quella partita l’ho vista e mi sono indignato assai: la foga piacentina era più che sospetta, era sopra le righe, troppo all’opposto di quei squallidi “biscotti” di fine campionato al quale assistiamo sconsolati da anni (vi ricordate lo scandaloso Siena-Lazio di soli 2 anni fa?). Negli spogliatoi del Garilli di Piacenza finì in rissa, sotto gli occhi delle telecamere, all’imbocco del tunnel. Chiedetelo a Mister Materazzi ed allo Zar Vierchowood, al canto del cigno a Piacenza, cosa successe quel giorno. Io sono sicuro che quella foga sia sospetta. Ma quel maledetto giorno, al di là della retrocessione con giallo, rimarrà purtroppo indelebilmente impresso nella memoria degli sportivi salernitani e di molte famiglie perché al rientro dalla trasferta emiliana il treno dei tifosi granata in prossimità di Salerno prese fuoco in galleria e vi morirono bruciati 4 ragazzi (tra cui il figlio del collega Vitale della Gazzetta dello Sport).

(185) Dante & Riva: ad un tema di seconda media, “racconta due personaggi della storia o della letteratura che ti hanno colpito”, io tracciai il ritratto di Dante Alighieri e di Gigi Riva in un accostamento ardito ed improbabile - Dante & Riva insieme, ma si può? - che per fortuna incontrò il consenso del terribile ma straordinario professore di lettere che fu Pasquale Benincasa!

2 Commenti

  • Link del commento Lello Primavera Mercoledì 19 Ottobre 2011 19:29 inviato da Lello Primavera

    Non vedo l'ora di acquistarlo !!!!

  • Link del commento andrea Mercoledì 19 Ottobre 2011 21:36 inviato da andrea

    Interessantisimo seguire le sue gesta, pur ricordando le mie, riesco a leggere nelle sue righe quello che è mancato a me. Ho capito il perchè, non mancanza di passione, ma di cultura. Nella vita non si puo avere tutto, ma la cosa più grave è quella di accontentarsi e questo il mio peccato. Congratulazione e buon viaggio, la seguirò con molto interesse. Un salutone da Andrea BORRELLI

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