Lunedì 04 Maggio 2015 00:00

L'ODORE DEL SANGUE

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 Vedevo l’avvincente play-off di Basket Spurs-Clippers. Ad un certo punto sento Flavio Tranquillo, gran telecronista di pallacanestro, dire una frase che specie in questo sport si ripete spesso: “siamo ai momenti decisivi, gli Spurs – come tutte le grandi squadre – sentono l’odor del sangue”. Gli Spurs vincono la partita in rimonta, Tranquillo è stato buon profeta.


Poi perderanno la serie, ma quella è un’altra storia. Se di fronte hai un fenomeno come Chris Paul, è peggio che giocare contro Messi e Ronaldo insieme, visto che il peso del fuoriclasse nel basket aumenta del doppio rispetto al calcio, giocando la metà dei giocatori nella pallacanestro di quanti sono in un campo di calcio.


Fatalità vuole che il giorno dopo il Napoli, in grande spolvero (4 vittorie ed un pareggio che profuma di successo, quello interno col Wolsfburg, 16 gol fatti in 5 partite), va ad Empoli al cospetto di Sarri e la sua banda scanzonata ed organizzatissima, che già al San Paolo aveva sfiorato la vittoria con un doppio vantaggio, e l’avrebbe meritata pure.


Vedo maglie azzurre sfrecciare a 200 all’ora, demolire l’avversario. Bravi, così si fa. Peccato che in azzurro c’erano i piccoletti dell’Empoli ed il Napoli era pallido come la sua maglia bianca, letteralmente scomparso.


Altro che odore del sangue. Odore di canfora, quella che si sente negli spogliatoi di calcio, almeno ai tempi miei. Tanta, evidentemente, al punto da esserne cloroformizzati.


Una grande squadra, col vento in poppa, va ad Empoli ed impone i diritti della classe superiore e mantiene il destino saldamente nelle sue mani.


Perché sì, il Napoli si era rimesso in carreggiata, e vincendo tutte le partite o quasi (vedi Torino sponda Juventina) sarebbe stato sicuro classificato terzo (la matematica non è un’opinione) e probabilmente secondo. Insomma, aveva davvero il proprio destino nelle sue mani.


Invece, se una squadra corre e combatte e l’altra no, se una squadra ha il comando della metà campo, puoi pure essere più forte, ma non la becchi mai. E così è accaduto.


Il solito Napoli, quello che si è smarrito in questo campionato ben 14 volte: con Chievo, Palermo, Cagliari, Empoli, Inter ed Atalanta in casa, Udinese, Inter, Atalanta, Milan, Palermo, Torino, Verona ed Empoli fuori, al di là del pareggio acciuffato per i capelli di Genova con la Samp o delle sconfitte con Juventus (furto subito in casa, colpa del Tagliaventus) e di Roma (immeritata).


Ora, di queste 14 partite incriminate, il Napoli ha meritatamente perso con Milan, Palermo, Torino, Verona ed Empoli, ed ha raccolto più di quanto meritasse sempre con l’Empoli in casa. Ben 5 brutte sconfitte dove il Napoli ha prodotto poco o niente, sia come gioco sia come occasioni da rete.


Ma col Chievo (rigore sbagliato da Higuain sullo 0-0) e con l’Udinese (turn-over fallace di Rafa) almeno 2 punti erano d’obbligo (se non 4), per come si sono messe le gare.


E le rimonte subite con Palermo, Cagliari ed Inter al San Paolo, sempre con doppio vantaggio azzurro, gridano vendetta al cielo, così come quella di San Siro sempre con l’Inter (doppio vantaggio vanificato nei minuti finali) o la vittoria gettata al vento per un altro rigore sbagliato da Higuain all’ultimo minuto sul campo dell’Atalanta.


Atalanta che ha strappato un punto al San Paolo per un altro errore arbitrale macroscopico (gol di Pinilla palesemente irregolare), ma anche a capo di una pessima partita degli azzurri.


A far di conto, insomma, al Napoli – pur sbagliando molte partite (almeno 7 o 8) – mancano all’appello tra i 12 ed i 16 punti, diciamo 13 (14 di media tra 12 e 16 meno 1 con l’Empoli in casa, immeritato), che sommati ai 59 attuali porterebbe il Napoli al secondo posto a 72 punti, a -7 dalla Juve, distacco umano e più veritiero (e la Juve non potrebbe ancora fregiarsi del titolo cin tanto anticipo), nettamente sopra le romane, avendo la Roma toppato il campionato della consacrazione.


Di tutti questi punti io penso che 3, se non 4, siano imputabili al cattivo rigorista Higuain. Ma gli altri 10, così come le tante brutte sconfitte in trasferta, io resto convinto che siano colpa principalmente di Benitez.


In passato avrei detto per la sua incapacità di leggere la partita e di gestire i cambi. Oggi, che credo di averlo capito un poco meglio, per il suo modo di gestire le gare, con un metodo tutto suo che prescinde dagli avversari e dagli accadimenti in campo. Cosa che non avevo mai visto prima e che confesso mi manda al manicomio.


Ed allora perché ne chiedo la conferma, e sono contento che il dialogo riaperto col Presidente possa portare ad una sua conferma e non sia solo lo stucchevole gioco delle parti a chi rimane col cerino acceso tra le mani, alias il giudizio negativo dei tifosi su di chi sono le responsabilità dell’addio?


Perché Benitez - pur nel suo monolitismo tattico, nel suo turn over esasperato che a volte resta oscuro nelle scelte, nella sua gestione asettica dei cambi e del minutaggio, nel suo gestire il gruppo con a volte troppa rilassatezza, tutte critiche che non gli ho risparmiato né gli risparmierò mai - è un vincente, è uno baciato dalla Dea bendata che ha in dono la buena suerte.


Si può dire che è fortunato però solo come valore aggiunto, e certamente lo è, se si analizzano alcune sue grandi vittorie, ma non si vincono 12 trofei per caso, se non si ha il DNA del vincitore.


Lui è un uomo ambizioso e formidabile programmatore, ha un grande appeal internazionale, è l’ombrello sotto cui proteggersi dalla poca voglia del Presidente di intraprendere la strada degli investimenti vincenti.


Noi abbiamo un grande Presidente, intendiamoci, e chi dice il contrario va contro la Storia, che non mente mai.


I risultati sono sotto gli occhi di tutti, e non sono controvertibili.


Mai nella nostra storia abbiamo avuto una società più solida e sana di oggi, florida addirittura nei conti in ordine e nelle ambizioni.


Benitez può rappresentare quella garanzia di successo che è mancata colpevolmente l’estate scorsa, anche per colpa sua rimediando quella brutta sconfitta di Bilbao.


Ora, se la sua permanenza significa che il Presidente davvero metterà finalmente mano alle strutture ed ai giusti rinforzi di mercato, non c’è garanzia migliore per completare un progetto che vede un Napoli già fortissimo seppur incompleto, che può non solo salvare la stagione ma renderla trionfale con la conquista dell’Europa League a cui credo profondamente, che significa pure la conquista dei tanti soldi della Champions buoni per rinforzare la squadra e renderla competitiva pure in campionato, sempre a circa 20 punti da alcuni anni dalla Juve.


Solo gli stolti non capiscono cosa significa la partita che stanno giocando il Presidente e l’allenatore.


Dalla loro unione ne esce un progetto più ambizioso e rinforzato. Ed io potrò togliermi lo sfizio di pungolare Rafa per anni a venire, nel mio rapporto di Odi et Amo che catullianamente ormai ho instaurato con lui.


Ma le chiacchiere stanno a zero: conto solo le ore che ci separano dal Dnipro. E sento già l’odore del sangue del nemico. Odio sportivo, si chiama. Quello sano, che significa rispetto. Battiamoci qua, fino alla morte, cioè allo stremo delle forze. Poi qua la mano, complimenti al più forte. Che siamo noi. In coppa non ce n’è per nessuno. Lui è il Re di Coppe, la carta buona del mazzo.


© Umberto Chiariello


MondoNapoli, 4 maggio 2015

 

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