Lunedì 06 Aprile 2015 00:00

RIZZOLI ARBITRO POLITICO

 

Lo dico subito: Rizzoli è in malafede agli occhi miei. Mi fa arrabbiare molto più di Calvarese. Ha falsato Roma-Napoli in modo grave.

Calvarese è semplicemente scarso, ha commesso uno sfondone sul gol di Pinilla - non aiutato peraltro da altri 10 occhi arbitrali - ed è andato nel pallone nel finale sbagliando tutto. Il suo errore però con la tecnologia applicata al calcio, da me tanto invocata, si potrebbe evitare.

Quello di Rizzoli no. Rizzoli non è un arbitro scarso. Scarso un par di ciufoli. Uno che arbitra la finale mondiale non lo è per niente, non lo può essere. Ma ha fatto uno di quegli errori che neanche la tecnologia può evitare.

Con la tecnologia si guadagna in regolarità su episodi importanti, a volte decisivi, ma non facciamoci illusioni, la condotta arbitrale, il metro di giudizio, quelli restano e saranno sempre appartenenti al fattore umano, e temo purtroppo che la sudditanza psicologica non si potrà estirpare mai. Come la malafede.

Perché parlo addirittura di malafede? Chiariamo subito: non significa essere venduti, almeno non necessariamente.

La malafede si ha quando non si fa un errore in buona fede, per svista o mancanza di conoscenze. Si è in malafede quando si decide scientemente, lucidamente non secondo regolamento che pur si conosce ma secondo la propria idea di gara, che spesso è quella di non dare fastidio ai potenti perché si ha famiglia, e si sa che se i potenti si incazzano finiscono le zizzinelle, oppure – come nel caso di specie di Rizzoli – per non avere rogne, cioè per paura di indirizzare la partita in maniera irreversibile.

Ho fatto spesso l’esempio dell’arbitro che è come uno scrittore: parte con una certa idea di gara, poi però deve lasciare fare ai protagonisti ed agli accadimenti. Come dice Umberto Eco, lui crea 50-60 personaggi, poi sono loro a fare il libro, è il libro che prende la piega che prende e prende la mano allo scrittore, non viceversa. Chiedetelo a qualsiasi romanziere e ve lo confermerà.

Così è l’arbitro. Lui non vuole guai. Se non ha manie di protagonismo, vuol essere invisibile, così la carriera progredisce, nessuno lo rifiuta, si diventa internazionali. Poi succedono i fatti, gli accadimenti, e la partita prende la piega che prende. E l’arbitro deve fischiare quel che vede, lo voglia o no.

Invece l’arbitro cosiddetto “esperto”, io dico “politico”, fischia i falli di “confusione”, che non esistono da regolamento, indirizza la partita nel modo che vuole, fischia a tesi, cioè secondo l’idea che si è fatti della partita, spezza il gioco ad arte, ammonisce in modo scientifico, insomma sa come portare a casa la partita senza far troppo trambusto e senza far danno ai potenti, che sono quelli che poi determinano la carriera di un arbitro.

Chi vede il calcio da 50 anni certi fischi o non-fischi li capisce a volo. Io lo so come funziona, perché lo sperimento settimanalmente arbitrando gli esordienti in campionato federale.

Hai una situazione ambientale difficile, la gente che ti pressa (immaginate l’Olimpico lordato da striscioni infami ed un clima da paura), accade quello che non vorresti, espellere il capitano di una delle due squadre in una gara importante dopo pochi minuti cambiando l’indirizzo del match con polemiche conseguenti garantite.

Che fai? Decidi di soprassedere perché politicamente ti conviene di più, senza avere il coraggio, che sarebbe poi la norma, di applicare il regolamento. Rizzoli il fallo di mano di De Rossi l’ha visto eccome, e sanzionato pure. Ma ha fatto il finto tonto e nonostante le proteste azzurre ha “dimenticato” di ammonirlo di nuovo. Questa è malafede: decidere come deve scorrere la partita pro domo tua, non come il regolamento impone. Paradossale ma così: applicare il regolamento dovrebbe essere la sola regola ed invece a volte ci vuole il coraggio di farlo.

Rizzoli è un arbitro “politico”, che piega il regolamento ai suoi interessi, che sono che la partita scorra tranquilla, pazienza poi se l’ha falsata di più così che applicando il regolamento (ma in quel caso sarebbe stato De Rossi a falsarla, non lui che avrebbe fischiato ciò che andava fischiato). Dura lex, se lex? Non sempre. Per Rizzoli non è così. Malafede. Punto. Ribadisco. E pure poco furbo.

Tagliavento non avrebbe fischiato il fallo, gridando “Involontario”, bugiardo come Giuda. Ricordate che fece con Bonucci su Inler? Niente, proprio niente. Non fischiò per non buttarlo fuori. E la Juve rimontò. Da lì partì la corsa scudetto, sublimata dalla linea mobile di Muntari. Ma quella è un’altra storia, o forse la solita storia…

© Umberto Chiariello

MondoNapoli, 6 aprile 2015

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