Lunedì 02 Febbraio 2015 00:00

E CHE CE NE IMPORTA!

Facciamo un salto all’indietro nella storia di questo campionato. Il Napoli alla decima, dopo una partenza disastrosa ed in fase di ripresa, affrontava la Roma e la asfaltava letteralmente, portandosi da -7 a -4.

 

Tutti a dire che la rincorsa era cominciata, ed il Napoli – pur orfano dell’infortunato Insigne nel suo momento migliore – avvalorava questa tesi andando a vincere a Firenze. Una doppietta di risultati da far tremare le vene ed i polsi al campionato.

 

Il Napoli, sulle ali dell’entusiasmo, regolava subito il Cagliari con una doppietta immediata nei primi minuti. Tutto bene? Manco per niente. Il black-out successivo ed il pareggio con la banda Zeman per 3-3 inaugurava un poker da brividi tra novembre e dicembre, con altri 2 pareggi (uno acciuffato per la coda a Marassi con la Samp ed uno di rimonta dopo che il Napoli era andato sotto 2-0 al San Paolo con lo splendido Empoli di Sarri) e la pessima partita di Milano dove un derelitto Milan di questi tempi faceva un figurone battendo gli azzurri per 2-0, sicuramente il momento peggiore di non ritorno del campionato.

 

Frittata fatta alla quindicesima, e Roma – come l’anno scorso, esattamente come l’anno scorso – dopo aver fatto vedere la targa da vicino, si allontanava di nuovo, a ben 11 punti di distanza. Addio secondo posto, e terzo a rischio. Il Napoli evitava un brutto Natale sol perché riusciva a regolare il fanalino di coda Parma prima di volare a Doha.

 

Come a Bilbao la stagione aveva preso un’inerzia negativa, pagata a caro prezzo quella sera ma pure nel mese successivo, così a Doha – dove accadeva di tutto di più, da Higuain nei panni del fenomeno fino alla famosa parata aiutata dalla mano di San Gennaro su Padoin che ci permetteva di alzare al coppa, o meglio la Supercoppa – il Napoli non solo tornava vincitore, ma poteva sfruttare l’inerzia dell’entusiasmo per ripartire alla grande in campionato.

 

Da allora il Napoli ha collezionato esclusivamente vittorie, interrotte solo da un malefico vento, anzi Tagliaventus. Perché il Napoli era andato a vincere a Cesena (dove ha perso ieri la Lazio), ed era ripartito dopo il “furto” con un bel trittico di vittorie consecutive finalmente arrivate (quella fondamentale di Roma con la Lazio, Genoa e Chievo ieri).

 

Così il distacco dalla Roma in 6 partite si è ridotto di 7 punti ed è tornato a soli 4 punti come alla decima ed undicesima giornata, ora che siamo alla ventunesima disputata e ne mancano ancora diciassette, tante, tantissime, compreso la sfida diretta di aprile dell’Olimpico con la Roma.

 

Io mi sono fatto una mia idea del perché il Napoli sia partito male e del perché ora si sia ripreso. E tutto ruota attorno ad un solo nome: Benitez. Lui è stato a mio parere il protagonista in negativo ed in positivo delle due fasi.

 

C’è una fase che non riesco invece a spiegarmi: quella crisi di fine autunno. Non credo che sia stata la sbornia del dopo Roma e Firenze. Non la capisco e basta, e non basta l’assenza di Insigne a giustificarla. Se una cosa non la so, non la so e non azzardo ipotesi e dietrologie. Fa parte della storia di un campionato. Accade e punto. Credo sia stato solo un fattore psicologico derivante dal passo falso col Cagliari che ha smontato gli azzurri nel momento della rimonta. Forse. Azzardo. Ma non lo so e non lo capisco. Mi fermo qui.

 

Invece sono convinto di quanto dissi ad inizio campionato. L’approccio alla stagione è stato sbagliato da Benitez. Lui davvero non c’era con la testa, non aveva voglia di proseguire, aveva rifiutato il rinnovo, la notte di Bilbao lo aveva messo in condizioni di inferiorità nei confronti del Presidente a cui aveva fatto perdere un bel gruzzoletto, aveva dovuto rinunciare ad un acquisto importante per mancanza di fondi, anzi era partito il diktat presidenziale di abbassare il monte-ingaggi svendendo subito Pandev e Dzemaili.

 

Voleva fare le valigie e tornare a casa, vi giuro che è vero perché lo so. La squadra era nervosa, avvilita, depressa, i big mugugnavano per la mancata Champions, Callejon aveva ricevuto un’offerta importante e voleva andare via, trattenuto a stento dal Presidente d dall’allenatore. Insomma, tutto al limite dello sfascio.

 

Lì ho dato il peggio di me perché mi sono spaventato, e nonostante la lunga militanza televisiva ed una prudenza che spesso mi aveva accompagnato, avevo gridato che il Re era nudo, riferendomi a Rafa, e che andava sostituito prima che fosse troppo tardi. La sua fuga, seppur programmata, prima della fondamentale gara col Chievo, il turn-over scellerato di Udine, mi avevano fatto presagire il peggio.

 

Ma non avevo fatto i conti con l’orgoglio da antico hidalgo di Rafa, che invece ci ha rimesso la testa e si è rimboccato le maniche nella prigione dorata di Castel Volturno e piano piano il Napoli, che è squadra sì incompleta, costruita forse male ma con valori tecnici veri, forti, è risalita.

 

Dopo la gemma con la Roma, la partita più bella dell’anno, il Napoli ha toccato il fondo col Milan, la peggiore. Ma lì mi sono fatto furbo ed ho evitato di prendermi la platonica rivincita ed ho detto: restiamo uniti e pensiamo a Doha. Mi era chiaro che una vittoria sulla Juve fosse un capitale prezioso non solo per la bacheca ma per il morale degli azzurri.

 

Tuttavia non basta il morale alle stelle per spiegare la rincorsa intrapresa che in 6 giornate, con la complicità di una Roma che si è letteralmente piantata (crisi di gioco, d’identità e di uomini), ha fatto recuperare 7 punti riportando il distacco a 4. Distanza breve ma sempre difficile da colmare, intendiamoci.

 

E non basta a comprendere il buon momento del Napoli il mercato, finalmente tempista e tempestivo, fatto in anticipo portando a casa un giocatore vero a parametro zero come Strinic, davvero forte (complimenti a Bigon), ed un talento come Gabbiadini, l’unico vero acquisto di gennaio in assoluto, dove qualcuno ha sborsato sodi veri, e quel qualcuno è Arpagone De Laurentiis, alla faccia di tutti quelli che lo insultano (criticarlo va bene, insultarlo no).

 

A mio giudizio la ragione più importante è un’altra, ed il merito è di Rafa. Pur non cambiando mai il suo immodificabile credo tattico, pur non mettendo mai in discussione il suo sistema di gioco 4-2-3-1, pur non cambiando la gestione della gara con le sostituzioni immancabilmente al 64’ o giù di lì, ruolo su ruolo, perché Rafa è Rafa e resta se stesso sempre, lo spagnolo ha modificato la filosofia di gioco, l’approccio alla gara.

 

Ha capito che con una squadra cicala non andava da nessuna parte, perché a fronte di una grande partita ne ciccava tre; la fase difensiva non funzionava, il Napoli era troppo scoperto e prendeva troppi gol.

 

Cosa ha fatto Rafa? Ha presentato un Napoli diverso nella filosofia di giuoco, da squadra maschia a squadra femmina, da squadra cicala a squadra operaria. Ha inserito un giocatore che non ruba l’occhio e tecnicamente è pure discutibile come de Guzman ma che gli ha dato muscoli e corsa, disciplinata tattica e sacrificio, ha alzato una diga a centrocampo con la linea mediana più di rottura che non si può con Gargano e Lopez, ed ha lasciato il pallino del gioco agli avversari, giocando di ripartenza.

 

Non mi piace definirlo un Napoli all’italiana, non mi piace sentire i nostalgici e le vedovelle dire che c’è stata la conversione di Rafa sulla via di Damasco del contropiede. Credo solo che lui finalmente ha capito che - avendo avanti tanta qualità sufficiente a sbloccare e vincere le gare – doveva fare quadrato attorno al tremebondo Rafael, e così ha fatto.

 

Ora, che il bel gioco di Rafa sia scomparso, cosa che fa gridare allo scandalo gli esteti, io me ne fotto. Anzi, per evitare di essere inelegante, esorto a dire: ma che ce ne importa! Non perché ami il gioco all’italiana, tutt’altro, essendo figlio ideologico dell’Olanda di Cruijff, ma perché a me interessa vedere una squadra tosta, arcigna, equilibrata. Poi c’è il Pipita ed i suoi compagni d’attacco tutti bravi a cui si è aggiunto il forte Gabbiadini, e tanto basta per un campionato mediocre quale è quello italiano, ormai.

 

Agguantare la Roma si può. Difficile ma si può, perché la Roma stessa autorizza la speranza. Per l’intanto il terzo posto è blindato, bye bye a tutte. Ed arriva l’Inter all’ultima spiaggia di Coppa da regolare.

 

Io credo che, se Rafa continua così, ci saluterà dandoci altre soddisfazioni. Peccato abbia scelto di andarsene ora che ha capito tutto. Meglio tardi che mai, però!

 

© Umberto Chiariello

MondoNapoli, 2 febbraio 2015

 

 

Login to post comments